Psicologia

Essere socialmente corretti è sinonimo di falsità, meglio usare le parolacce

Donald Trump
28 gen 2017 - 06:14

Se dici parolacce sui social, come nella vita reale, appari più onesto. È quanto emerge dalla ricerca internazionale, che ha coinvolto Paesi Bassi, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone, condotta dai ricercatori Gilad Feldman, Huiwen Lian, Michal Kosinski e David Stillwell. Secondo gli studiosi, che hanno pubblicato le loro conclusioni sulla rivista Social Psychological and Personality Science, «la relazione fra linguaggio volgare e disonestà è complessa. Imprecare è spesso fuori luogo, ma può anche costituire l’evidenza che qualcuno ti stia comunicando la sua opinione reale. Dal momento che una persona non sta filtrando il proprio linguaggio per essere più gradevole potrebbe voler dire che non sta filtrando neanche i suoi punti di vista».

L’evidenza empirica è stata dimostrata sottoponendo 276 partecipanti a un questionario, in cui veniva chiesto di scrivere quali fossero le parolacce più frequenti e di spiegare allo stesso tempo perché le avrebbero utilizzate in un determinato contesto al posto di altre.

Un secondo esperimento è consistito nella messa in scena, grazie all’uso di figuranti, di situazioni comuni nelle quali i partecipanti avrebbero deciso se mettere in atto comportamenti socialmente accettabili, ma falsi, oppure dare libero sfogo alle loro emozioni lasciandosi andare alle imprecazioni.

Per ultimo, sono state messe sotto analisi le interazioni virtuali di 75 mila profili Facebook; gli utenti con maggiore seguito si sono rivelati coloro che oltre a ingiuriare, concentrando su sé stessi il peso di ciò che dicevano, insultavano o ironizzavano con una certa classe. Non è un caso, infatti, che Donald Trump, perfettamente in linea con quanto descritto, sia divenuto il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America anche grazie all’utilizzo di termini volgari e parolacce. L’affarista ha parlato alla pancia degli elettori.

Fuck you

Lo psicologo Luca Mazzucchelli, in un’intervista a la Repubblica, sostiene che «chi parla come mangia» viene percepito onesto, privo di costruzioni e artifici linguistici. «L’irriverenza comunicativa prende sempre in contropiede e “buca” l’attenzione, perché si rivolge alla nostra parte più grezza, senza sovrastrutture e, dunque, vera. Quando parliamo a noi stessi siamo molto più “sbottonati”; se qualcuno parla come pensa utilizza il linguaggio della mente e gli interlocutori lo avvertono. Credo che la vera sfida stia nell’usare un vocabolario comune, magari arricchito con parole nuove e accattivanti, ma senza scadere nella deriva volgare e offensiva» conclude Mazzucchelli.

Alberto Molino

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Redazione NewSicilia



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