Missionario

Al Cinefestival di Roma l’omaggio di Scimeca a Biagio Conte

25 ott 2014 - 12:02

ROMA – In Sala Sinopoli, ieri, è stato presentato in prima mondiale “Biagio” di Pasquale Scimeca, autore e produttore tra i più coerenti del cinema indipendente italiano. Il film del regista siciliano è in gara nella categoria “cinema d’Oggi”. Questa sera il verdetto della giuria popolare.

Il regista palermitano ha partecipato ai più importanti festival internazionali di cinema, da Venezia a Toronto, da Londra a Locarno, vincendo numerosi premi. Ricordiamo i titoli dei film: Il giorno di San Sebastiano, Placido Rizzotto, Carlo Giuliani, Ragazzo, Il cavaliere sole, Rosso Malpelo e I Malavoglia.

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Il racconto si colloca sul finire degli anni 90, in una Palermo dominata da un clima di terrore, di paura per gli omicidi e i ricatti di mafia, all’apice di un’epoca dominata dai consumi e dalla crisi dei valori.

“Non volevo fare un film agiografico, né un documentario”, spiega Scimeca. È la storia vera di un missionario laico, Biagio, e della sua radicale scelta di vita, vivere da eremita sul Monte Grifone, spogliandosi d’ogni bene, per poi seguire i passi di San Francesco d’Assisi.

Il missionario laico, Biagio Conte, così popolare in Sicilia, forse poco conosciuto nel resto d’Italia, testimonia per il regista de I Malavoglia che “è possibile una vita altra, al di là del tema della fede”. Una vicenda che sembra lontana nel tempo, quasi irreale, la storia di un ragazzo come tanti che, in preda ad una crisi esistenziale, abbandona tutto e tutti, per cercare un senso alla sua vita, e decide di intraprendere, con il solo vestito che indossa, un viaggio che lo porterà da Palermo ad Assisi.

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Scimeca racconta un uomo semplice, controcorrente, un “rivoluzionario” che in un’età segnata dall’ansia dell’apparire preferisce il silenzio e il pudore. Una testimonianza importante, soprattutto per i giovani.

Il giovane Biagio, un ragazzo come tanti, a cui non manca nulla: ha una moto, una fidanzata, soldi in tasca, la prospettiva di un lavoro nell’azienda edile di famiglia. Questo non lo soddisfa. È alla ricerca di altro. E così si spoglia di tutto, e intraprende il percorso che lo porterà, a piedi e con il suo cane Libero, fino ad Assisi.

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La sua crisi esistenziale sfocia in una chiusura interiore, inizia a leggere dei testi, a cercare delle risposte. Intraprende un viaggio che lo avvicina alla natura, alla solitudine assoluta, ma anche al mistero, all’essenzialità delle cose. In mezzo ai boschi e alle montagne, ritrova un’armonia perduta, una comunione che confina con il misticismo. E in questa riscoperta si avvicina a san Francesco. A Dio arriva dopo, prima la solitudine, una spiritualità inizialmente indistinta, la fiducia negli uomini, la pastorizia, il valore del tempo, i ritmi della Natura.

Una scelta di libertà “La sua fede è una scelta di libertà assoluta, sottolinea Scimeca, l’opposto della costrizione, libertà dai beni materiali, una scelta che dà gioia”.

Si abbandona al volere di Dio. Un percorso segnato da alcuni incontri che portano il giovane a contatto con la condizione degli ultimi. Decide così di dedicarsi a loro, nella sua città.

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“Tornando a Palermo – spiega Scimeca – capisce che l’Africa è qui, e, barbone tra i barboni, si prende cura degli altri, e li chiama, francescanamente, fratelli”.

Prima un vagone, poi edifici abbandonati vicino alla stazione della città, nasce così la “Missione di Speranza e Carità”. Arrivano persone di tutti i ceti ad aiutarlo, medici, studenti, donne e uomini, arriva don Pino, un salesiano che resterà con lui. Gli stessi barboni tornano a essere uomini, si danno da fare, lavorano, aiutano gli altri. Oggi le missioni sono tre, e, è il caso di dire, miracolosamente, il cibo non manca mai, anche nei momenti più difficili.

“Io sono un laico - spiega Scimeca - ma stare vicino a Biagio ti trasmette gioia, serenità, calore. È lo stimolo di un percorso e attraverso questo film - confessa il regista - ho iniziato a fare i primi passi”.

“Non bisogna smettere di sognare, farlo significa la morte. Biagio segue il suo sogno, e diventa libero, noi che abbiamo smesso di cercarlo siamo vicini all’angoscia della morte, sottolinea Scimeca. Siamo una società che ha smesso di sognare, ma il sogno è rivoluzione. Gesù, Francesco sono dei rivoluzionari, la loro vita è rivoluzione”.

Scimeca racconta in modo intimo e coinvolgente quest’uomo, rendendoci partecipi delle sue scelte, senza giudicare o osannare le sue azioni. Accompagnandoci in maniera discreta e mirabile dai paesaggi del profondo alla splendida fotografia dell’entroterra siciliano. Magia del cinema.

Paolo Buttiglieri

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Redazione NewSicilia



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