Medicina

Le tante variabili nel rapporto fra medico e paziente

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5 gen 2017 - 06:39

Domenico Grimaldi

Il medico di medicina generale è coinvolto in un legame con i propri assistiti che dura spesso decenni. Nel tempo si intersecano le vicende della malattia e della salute, nonché quelle professionali e private del medico. La relazione fra i due è tacita ed appare essere il supporto dell’agire clinico, facendosi sentire solo quando non funziona come nei malati caratterialmente difficili. Nel tempo il rapporto determina una condizione che da oggettiva diviene coinvolgente sul piano affettivo.

In ogni singola consultazione il medico ha, ovviamente, spazio limitato dalla relazione che ha impostato durante una lunga storia di conoscenza col malato. Tale relazione, già consolidata nel tempo, può essere tutt’al più modulata. i medici di famiglia conoscono molto bene la personalità dei loro assistiti ed utilizzano naturalmente le informazioni di cui sono in possesso per consolidare la relazione medico paziente.

I fattori psicologici intervengono determinando salute e malattia in un modo piuttosto che in un altro. Questo vale anche per il medico il cui comportamento è in relazione anche al suo personale terreno culturale, alla stima di sè, ed alla consapevolezza professionale. La persona ammalata percepisce il suo curante, interpretandone gli atteggiamenti come provenienti da una figura parentale. Reagisce al suo medico coma persona, con una relazione che avviene in contesto difficile per la presenza della malattia.

Le configurazioni possibili in una relazione medico paziente sono praticamente infinite, perché tali sono le combinazioni delle personalità, dei valori e dei mondi interiori dei due attori della relazione. Centrale è l’armonia del rapporto nonché la appropriatezza nel senso che una relazione può definirsi appropriata quando il malato viene aiutato a raggiungere ciò di cui ha bisogno, che non necessariamente è ciò che vuole. Se si concede al paziente quello che chiede, in realtà non appropriatamente, non si hanno buoni risultati relazionali. Se i due giocano sullo stesso terreno, non vi sono problemi ma se non c’è accordo allora nascono problemi anche seri di relazione, con conflitti che alla fine determinano solo soluzioni negoziate.

Conflitto e negoziazione rappresentano non solo strumenti o tecniche ma sono anche un tema di fondo che pervade la pratica quotidiana del medico. In medicina generale il processo diagnostico non si limita ad avere solo rigore scientifico che porta alla classificazione del malato ma diventa anche evento sociale e negoziale con uso di metodologie diverse dalla medicina specialistica. In realtà ricongiunge la storia biologica, ricomponendo le oggettività, cioè le malattie, con le soggettività cioè le infermità. Questo ci consente di definire un piano che sia in grado di guidare efficacemente le decisioni terapeutiche.

La diagnosi di malattia, quindi, in medicina generale, non deriva solo da una operazione scientifica, ma risulta essere un evento più complesso, derivante da una relazione negoziale fra medico e malato nel senso che gli atti che scaturiscono devono soddisfare le attese della persona malata che liberamente ha deciso di consultare il suo medico. Il medico ha competenza sulle malattie, ma la persona che lo consulta sperimenta su di sè e sul suo corpo la infermità. Non deve destare sorpresa che il metodo clinico appreso in ospedale, attraverso gli studi universitari specialistici, non è trasferibile automaticamente al territorio. 

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Redazione NewSicilia



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