Medicina

Stent coronarici riassorbibili: la quarta rivoluzione nella terapia delle coronarie malate

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21 apr 2015 - 06:00

Corrado-Tamburino

Si tratta dell’ultima rivoluzione in campo terapeutico per le coronarie malate.
Normalmente e fino ad oggi, le protesi utilizzate per mantenere allargate le arterie malate e ristrette, sono fatte di leghe metalliche di vario tipo, resistenti nel tempo e il cui spessore delle maglie é ridotto a meno di 80 micron.

Queste protesi metalliche tuttavia, pur essendo una eccellente formula terapeutica, rimangono per tutta la vita dentro le coronarie, venendo ricoperte da tessuto cicatriziale e riparativo e dunque, come dire, inglobate nel contesto della parete arteriosa

Da qualche anno la bioingegneria ha messo a disposizione dei medici, dei nuovi stent non metallici ma costruiti con materiale bio compatibile (es. acido polilattico) che si riassorbe nel tempo, lasciando la parete dell’arteria libera da corpi estranei.

Di norma il tempo di riassorbimento degli stent avviene in un paio di anni, tuttavia la funzione meccanica di sostegno sulla parete arteriosa viene meno già dopo alcuni mesi. Ciò non costituisce affatto un problema; infatti il tempo necessario perchè la parte arteriosa allargata grazie all’ intervento di angioplastica coronarica, assuma la sua forma e dimensione definitiva é di tre-sei mesi. In altri termini, una volta allargata e mantenuta tale grazie allo stent, la parte acquisisce nel tempo detto la nuova forma, venendo così meno la necessità del supporto permanente. Questo è quindi il vero vantaggio degli stent riassorbibili: agire nei primi mesi per poi scomparire, consentendo all’arteria un più normale ritorno alla sua fisiologia.

Le maglie di questa protesi tuttavia, sono un po’ più spesse rispetto alle leghe metalliche “150 micron”; sono dunque più ingombranti e bisogna utilizzarle in arterie “larghe” almeno 2,5 mm. Inoltre, essendo costituite con materiale plastico e meno resistente alle forze di ritorno elastico della parete arteriosa, che tendono subito dopo l’impianto a fare ritornare i tessuti alla loro forma patologica, bisogna spesso adottare tecniche di preparazione della parte arteriosa che richiedono tempo e maggior dispendio di materiale.

Di contro, dopo due-tre anni i pazienti, che risolvono il loro problema in oltre il 90% dei casi, si ritrovano con arterie libere da corpi estranei, con una parete molto simile a quella originaria.

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Redazione NewSicilia



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