Medicina

Ragionando di appropriatezza. Parte seconda

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23 mar 2016 - 06:07

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Come promesso nella lettera ”parte prima” del 16 marzo scorso, proverò ad indicare una strada, non certo l’unica possibile, con cui si possa conciliare una reale appropriatezza clinica con la necessità di risparmiare risorse economiche. Partiamo dalla prima, volgarmente chiamata “appropriatezza clinica”, ma che personalmente chiamo buona pratica clinica perché questa si sostanzia in quel termine che è l’atto medico. In realtà il vero termine e la ”medical action”, già riconosciuto e definito dalla comunità medica internazionale con cui il sanitario è obbligato ad avvalersi di linee guida, percorsi diagnostici e terapeutici e delle migliori conoscenze scientifiche. Questo non è sufficiente perché sulle decisioni del medico influiscono altre variabili, quali la credibilità del professionista, le richieste, i valori e la fiducia del paziente, i margini dell’incertezza dei risultati, l’evoluzione delle conoscenze, il contesto fisico e soprattutto culturale di erogazione delle cure. È difficile che i suddetti elementi possano trarre vantaggio da provvedimenti impositivi, vedi decreto ministeriale dell’appropriatezza, di tipo burocratico e validi per tutti i casi.

I colleghi che nella loro attività professionale fanno riferimento ai valori ed ai principi etici di SLOW MEDICINE, ad esempio, hanno da tempo affrontato la questione dell’appropriatezza clinica, indicando un percorso completamente diverso per ridurre l’eccessivo utilizzo di esami e di trattamenti. Per Slow medicine le prestazioni a rischio di inappropriatezza non devono essere imposte dall’alto, ma devono essere basate sull’assunzione di responsabilità dei medici e degli altri professionisti sanitari nelle scelte di cura.

Al centro dell’interesse dei professionisti debbono permanere la relazione e il dialogo con i pazienti ed i cittadini, che devono essere informati sui benefici e i possibili danni di esami diagnostici invasivi e trattamenti per giungere ad una decisione condivisa. Le 145 pratiche diagnostiche o terapeutiche a rischio di inappropriatezza finora individuate dalle 29 società scientifiche e associazioni professionali italiane nell’ambito del progetto di slow medicine ”fare di più non significa fare meglio - Choosing Wisely Italy“ non sono da intendere liste di esclusione ma come prescrizioni da proporre dopo una attenta valutazione del professionista, supportata dal dialogo con il paziente. Si ritiene, infatti, che l’appropriatezza clinica si possa migliorare solo se pazienti e cittadini prendono coscienza che esami e trattamenti inappropriati non solo sono uno spreco ma possono rappresentare una minaccia per la loro salute, basti pensare ai danni da raggi, agli effetti collaterali dei farmaci, alle complicanze di procedure invasive, ai falsi positivi e alle sovra diagnosi.

Per concludere costruire insieme dal basso, cioè con una condivisione di tutti gli attori, pazienti, medici, cittadini delle linee di indirizzo è ben diverso dal calare dall’alto con un decreto, regole non condivise e solo subite.

Redazione NewSicilia



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