Medicina

Quando si può parlare “correttamente” di appropriatezza

MEDICI
18 mag 2017 - 06:55

Volendo dare una definizione semplice della appropriatezza possiamo dire che la stessa è la misura di quanto una scelta diagnostica o terapeutica sia adeguata alle esigenze di un singolo malato nel contesto sociale e sanitario in cui vive. L’intervento medico deve. quanto più possibile, corrispondere ai criteri di efficacia, nel singolo caso, di sicurezza ed efficienza.

Un atto medico, eseguito correttamente, può non essere appropriato nel singolo malato cui è destinato. Si è clinicamente appropriati quando la scelta del professionista comporta benefici al malato con il minor numero possibile di effetti negativi. In ambito farmacologico si raggiunge quando un farmaco somministrato è prescritto nella giusta indicazione autorizzata, alla dose e per i tempi previsti dalla scheda tecnica. L’uso in dosi diverse da quelle consigliate e/o in malattie non indicate non è appropriato ed è definito off label.

Un farmaco ha una indicazione terapeutica in quanto studiato e controllato per quella indicazione, con valutazione di efficacia e tollerabilità. Il servizio sanitario nazionale autorizza e rimborsa le prescrizioni farmaceutiche appropriate.

Diversa è la appropriatezza generica e amministrativa che misura la erogazione di una prestazione secondo la efficienza, che riguarda solo il corretto uso delle risorse nel caso da trattare. Con la abrogazione del decreto appropriatezza il D.P.C.M. con i nuovi L.E.A. ridisegna il tema in quanto le prestazioni diagnostiche sottoposte a condizioni di erogabilità, scendono a 40 da 200 che erano riguardando alcuni tipi di terapie radianti, test genetico e poche altre cose. 

Domenico Grimaldi

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Redazione NewSicilia



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