Medicina

La professione medica tra responsabilità, linee guida e appropriatezza

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4 mag 2016 - 06:13

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Il ministero della Salute si avvia verso una normativa che riconosca il valore della professione come atto di responsabilità del medico. Che ci fosse bisogno di un riordino della materia non c’è dubbio, ma sono tanti gli aspetti che devono essere ancora trattati e modificati. Come nel caso del decreto Lorenzin sull’“appropriatezza”, di cui chiediamo il ritiro perché deontologicamente inapplicabile. Chiamare “appropriatezza” ciò che il medico non può prescrivere per un risparmio economico è contro il principio irrinunciabile di scienza e coscienza. Se il medico deve curare il bilancio piuttosto che il paziente, questo non è possibile. L’appropriatezza clinica non si concilia con un’appropriatezza di ordine economico, che si traduce in tagli lineari della spesa sanitaria.

Il nuovo testo di legge, non riconoscendo l’unicità del singolo, tradisce la nuova frontiera indirizzata ad una medicina preventiva che riduca le possibilità dello sviluppo di una malattia e ad una medicina personalizzata, basata su strategie terapeutiche in grado di dare risposte individuali, intervenendo in modo mirato sulla persona. L’elenco delle 208 prestazioni specialistiche erogabili dal Servizio sanitario nazionale che standardizza l’assistenza è un chiaro esempio: i tagli sono un argine economico e intervengono sulla malattia non sul malato.

Il disegno di legge Gelli, per ridurre i contenziosi, cambia i connotati della responsabilità penale e civile dei medici. Con il taglio della prescrizione degli eventuali reati e l’obbligatorietà di conciliazione, l’obiettivo del nuovo testo è combattere il fenomeno della medicina difensiva, ovvero l’eccesso di zelo di alcuni medici nella prescrizione di visite, test diagnostici ed esami, a volte di dubbia necessità, per proteggersi da eventuali denunce. Ma le criticità restano forti. A partire dalle raccomandazioni delle “linee guida” e delle buone pratiche.

Secondo la nuova normativa, il medico può essere punito solo per “colpa non lieve”, cioè solo se ha agito con dolo o colpa grave, lasciando al giudice il compito di entrare nel merito e distinguere i singoli casi. Cosa non semplice, considerato che nel diritto positivo non esistono criteri generali e astratti validi per ogni circostanza. Le disposizioni, peraltro, non individuano le direttive cliniche a difesa dei medici, che dovranno dimostrare in fase processuale di avere agito in osservanza delle “buone pratiche” clinico-assistenziali e delle migliaia di raccomandazioni accreditate dalle comunità scientifiche, che sono a loro volta centinaia. Se le linee guida non dovessero essere elaborate seguendo criteri di scientificità e trasparenza, non vi è dubbio che in presenza di indicazioni contraddittorie i professionisti tenderanno certamente a privilegiare quelle pratiche che non determinano per loro una colpa grave. E poi c’è la questione della rivalsa, che non è marginale.

Non sono assicurate adeguate tutele ai medici, che hanno invece bisogno di svolgere la loro delicata professione con serenità. Il rischio di un incremento di spese assicurative è altissimo. Quante volte si vedono stazionare legali o presunti legali fuori dagli ospedali che promettono rivalse, quando in realtà cercano solo clienti? Se uno degli obiettivi dell’attuale disegno di legge è anche limitare la medicina difensiva, tutto questo non va bene.

Redazione NewSicilia



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