Medicina

Partorire senza dolore

ettore
17 giu 2016 - 06:05

Giuseppe_Ettore

Alla donna disse: moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai i tuoi figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà” (Genesi 3:16). La condizione femminile, le problematiche di genere hanno origini antiche; le rivendicazioni a risolverle fanno parte dei tempi più recenti, anche se contraccezione, parità di diritti e anche diritto a partorire senza dolore sono tematiche ancora divisive nella nostra società.

La sentenza biblica alla cacciata dall’Eden ha condizionato nel corso della storia l’atteggiamento dell’uomo nei confronti del dolore del parto considerato come ineluttabile e di ispirazione divina. Si è sempre pensato che fosse lo scotto che la donna dovesse pagare per il peccato originale e per il privilegio della procreazione. Il dolore avvertito durante il travaglio da parto è classificato come uno dei più intensi che l’organismo umano possa percepire, si comprende quindi come l’analgesia in ostetricia abbia radici antichissime, e sin dall’antichità, l’uomo abbia cercato di alleviare “le doglie” impiegando le sostanze più disparate. Gli antichi testi cinesi parlano dell’uso degli oppiacei, mentre in Europa le donne si affidavano ad “intrugli” di mandragola, di canapa, di papavero e di cicuta. Con l’avvento del Cristianesimo il dolore diviene un mezzo per ottenere la Grazia Divina e quindi anche il dolore da parto è ritenuto, come momento di espiazione, un mezzo per arrivare alla Grazia. Questo concetto era affermato non solo dal Cristianesimo ma anche da tutte le altre religioni orientali come atto di purificazione.

La prima analgesia epidurale venne effettuata da Cornig nel 1885. È Soeckel il primo ad utilizzare con successo l’analgesia loco-regionale in ostetricia nel 1909, ma è Aburel a codificare la tecnica della analgesia epidurale continua in travaglio da parto nel 1931. La pratica incontrò ancora forti resistenze dagli ambienti conservatori che invocavano ancora la maledizione divina della Genesi, tanto che fu necessario l’intervento del Pontefice Pio XII, nel 1956, che affermò definitivamente che la Chiesa non si opponeva alla prevenzione ed al trattamento del dolore in corso di travaglio di parto.

Dagli anni ‘60 si assistette ad una rapida evoluzione tecnica e farmacologica dell’analgesia epidurale che ne facilitò la diffusione nei paesi anglosassoni prima e nel resto dell’Europa più tardi.
 In Italia l’Accordo Stato Regione sui Punti Nascita (Fazio 2010) definisce al punto 7 le procedure di controllo del dolore nel corso del travaglio e del parto esplicitando, nell’allegato, le modalità organizzative di quella che viene giudicata un’azione indispensabile al contenimento dei Tagli Cesarei. Recentemente il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha proposto l’introduzione, nel nuovo Piano Sanitario, della Partoanalgesia nei Livelli Essenziali di Assistenza.

Il problema è dunque sentito, la realtà operativa è tutt’altra cosa. Dai dati ricavabili dall’Indagine Conoscitiva della XVI Legislatura nel documento “Nascere Sani” (Senato 2013) emerge che in Italia, sul totale dei parti per via vaginale, il 14,6 per cento è stato assistito con l’ausilio dell’anestesia epidurale e lo 0,5 per cento con anestesia spinale. Anche nelle regioni dove la sanità è a buon livello, non tutte le strutture sono in grado di offrire la partoanalgesia. La carenza è da attribuire a diversi fattori, primi tra tutti quelli culturali che vedono, in un paese cattolico, il parto strettamente legato ad un concetto di sofferenza biblica. Inoltre una scarsa informazione alle donne e, in molte realtà, la carenza di personale che impedisce la presenza, assolutamente necessaria, di un anestesista dedicato 24 ore su 24.

Il già citato Accordo Stato Regioni ribadisce che “perché la partoanalgesia possa essere offerta per l’intero arco della giornata occorre la presenza h 24 di un’equipe multidisciplinare che comprenda un anestesista rianimatore o per lo meno la guardia attiva o la pronta disponibilità nelle 24 ore di un anestesista-rianimatore specificatamente formato nel settore ostetrico secondo i principi della medicina basata sull’evidenza (Ebm) e della buona pratica clinica e con alto livello di esperienza. La presenza/disponibilità di un anestesista-rianimatore consente, al di là dell’effettuabilità della partoanalgesia, un incremento della sicurezza in sala parto per le eventuali emergenze-urgenze che dovessero manifestarsi”.

Negli Stati Uniti e in Francia fanno ricorso a questa tecnica la metà delle donne; anche nella cattolicissima Spagna l’analgesia viene utilizzata nel 60 per cento dei parti. L’Italia è in testa alle classifiche per il numero dei tagli cesarei (38,4 per cento), ma in coda nell’offerta di analgesia in travaglio di parto. La percentuale è ancora estremamente bassa: dai dati Aogoi, la richiesta di partoanalgesia oggi si aggira intorno al 25,6 per cento per quanto concerne gli ospedali fino a 1.000 parti anno; una richiesta che arriva anche al 78 per cento negli ospedali di riferimento, quelli con oltre 1.500 parti anno. La percentuale media di reale effettuazione di parto-analgesia va dal 9,7 per cento nelle piccole strutture fino al 34,6 per cento per i punti nascita maggiori.

In Italia l’offerta di un parto senza dolore è disomogenea e non uniforme. Una maggiore diffusione della possibilità di effettuare partoanalgesia potrebbe apportare, oltre ai benefici materno-fetali, una riduzione percentuale di parti con Tc. L’applicazione della metodica non può invece prescindere da una forte integrazione di intenti e di cultura tra tutti gli attori che assistono la donna in travaglio. È auspicabile che medici e ostetriche rivolgano una maggiore attenzione alla partoanalgesia per migliorarne la diffusione e per non trascurare il principio che il primo responsabile dell’evento travaglio parto è comunque il medico di sala Parto.

Redazione NewSicilia



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