Medicina

Oncofertilità: le nuove frontiere

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23 dic 2016 - 05:47

Giuseppe_Ettore

Negli ultimi anni sono stati fatti grandi passi avanti nella cura delle malattie oncologiche. Oggi si stima che nel mondo il tasso di sopravvivenza a 5 anni sia intorno al 65% e per alcune forme tumorali (linfomi e tumore mammario) superiore all’85%. Ogni anno nel nostro Paese circa 8.000 cittadini under 40 (5.000 donne e 3.000 uomini) sono colpiti da tumore, 30 ogni giorno, pari a circa il 3% del numero totale delle nuove diagnosi.

Di fronte a questo dato appare chiaro come l’oncologo non possa più limitarsi ad occuparsi della sola sopravvivenza del paziente ma debba farsi carico anche della sua qualità di vita con uno sguardo attento al suo futuro e, per quelli più giovani, alla possibilità di avere figli. Il tema della fertilità e della procreazione è sempre più sentito in ambito oncologico, non solo grazie al già citato miglioramento delle prospettive di guarigione ma anche perché l’abbassamento dell’età di insorgenza di alcuni tumori e l’innalzamento dell’età media alla prima gravidanza hanno portato ad un aumento del numero di donne che si ammalano in età fertile prima di aver concluso il percorso riproduttivo.

Lo specialista ginecologo, oncologo, psicologo e biologo con competenze specifiche nell’ambito dei trattamenti per l’infertilità e della procreazione medicalmente assistita, si occupa di tutti i temi legati alla fertilità e alla riproduzione in oncologia: preservazione della fertilità, ricerca di gravidanza dopo tumore e tumore in gravidanza.

Le principali tecniche di preservazione della fertilità nella donna affetta da neoplasia sono costituite dall’utilizzo di farmaci (analoghi LH-RH) per proteggere le ovaie dal danno delle terapie antitumorali, dalla crioconservazione degli ovociti e da quella del tessuto ovarico. Le tecniche ormai consolidate per prevenire l’infertilità da chemioterapia sono il prelievo di ovociti prima dei trattamenti chemioterapici e la loro crioconservazione e l’utilizzo degli analoghi LH-RH che proteggono le ovaie durante la cura. Tali tecniche possono entrambe essere applicate alla stessa paziente e hanno un tasso di successo relativamente elevato, con possibilità di gravidanza dopo la guarigione tra il 30 e il 50% a seconda dell’età della paziente, dei trattamenti chemioterapici ricevuti e del numero di ovociti crioconservati. La crioconservazione degli ovociti, praticabile solo nelle pazienti affette da patologie oncologiche in età postpuberale al di sotto dei 39 anni di età, costituisce una valida procedura di preservazione della fertilità ad oggi riconosciuta come non più sperimentale. La crioconservazione ovocitaria può essere attuata in modo preminente od offerta in associazione con la crioconservazione del tessuto ovarico. Il banking degli ovociti può essere proposto solo ad una ristretta fascia di pazienti, in quanto la terapia oncologica è generalmente attuata con criteri di urgenza e la stimolazione ormonale necessaria al recupero degli ovociti può addirittura risultare dannosa per la paziente. Di conseguenza, il trapianto di corticale ovarica è il metodo più concreto e rapido per affrontare il problema del ripristino della fertilità, perché la crioconservazione del tessuto ovarico offre il vantaggio di non richiedere una stimolazione ormonale, ed offre quindi importanti prospettive per preservare sia la funzione riproduttiva sia l’attività steroidogenica. La percentuale di ripresa della funzionalità ovarica dopo reimpianto è elevata (90-100%) ma la sua durata è ancora limitata (massimo qualche anno). Ad oggi sono nati 60 bambini nel mondo dopo reimpianto di tessuto ovarico scongelato.

La principale limitazione della crioconservazione del tessuto ovarico è rappresentata dalla possibilità teorica di reintrodurre cellule tumorali, eventualmente contenute nei frammenti ovarici prelevati, nel corpo della paziente al momento del reimpianto. Il rischio della reintroduzione di cellule maligne durante l’autotrapianto di tessuto ovarico è molto variabile: raramente alcuni tumori coinvolgono l’ovaio, altre neoplasie, invece, comportano talvolta la presenza di cellule tumorali nell’ovaio. Per annullare tale rischio è importante che vengano effettuate attente valutazioni di natura istologica, molecolare ed immunoistochimica. Nelle giovani sottoposte a trattamenti antitumorali sono due le preoccupazioni principali nei confronti di una gravidanza, talvolta condivise anche dai medici: da un lato i possibili effetti nocivi delle terapie sullo sviluppo del bambino, dall’altro le conseguenze della gestazione sulla donna in termini di ripresa della malattia, in particolare in caso di neoplasie ormono-sensibili come quelle del seno.

Al momento della diagnosi l’oncologo dovrebbe quindi offrire alla paziente la possibilità di riflettere su questo tema fornendole gli strumenti per approfondirlo se lo riterrà opportuno. La prima informazione sulla fertilità dovrebbe essere generica, un invito a prendere in considerazione anche il tema della fertilità e della procreazione e a riflettere sull’opportunità di raccogliere informazioni specifiche attraverso un consulto con uno specialista. Tale informazione deve essere accompagnata da un percorso strutturato di supporto che preveda un aiuto decisionale e una chiara esposizione dei potenziali benefici e rischi delle tecniche di preservazione della fertilità oggi a disposizione.

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Redazione NewSicilia



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