Medicina

L’incapacità d’ascolto del medico

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19 nov 2015 - 06:11

Domenico Grimaldi

La incapacità di ascolto del medico rappresenta un ostacolo importante alla comunicazione fra medico e paziente. Il malato tiene molto al tempo trascorso col medico durante la visita e preferisce i tempi di visita più lunghi perché hanno migliore risultato terapeutico, tanto che il tempo dedicato al malato è considerato un importante indicatore di qualità della cura. Avendo più tempo a disposizione, sia il malato che il medico sono più soddisfatti, con una migliore comunicazione interpersonale e maggiore accuratezza nel rilevare i problemi, specie quelli di natura psicologica, con miglioramento della educazione sanitaria. Un medico che ha una lunga consultazione ha, in genere, minore probabilità di avere contenzioso con il malato.

Nel caso specifico del medico di medicina generale, nonostante una durata della consultazione non elevata, in media sette minuti, si devono tenere in conto le frequenti consultazioni, per cui visto l’elevato numero di consultazioni, almeno sette l’anno, si hanno mediamente circa cinquanta minuti di consultazione annua per ogni malato per cui c’è un buon rapporto interpersonale. La fretta naturalmente compromette la relazione per cui occorre una buona organizzazione per evitare giudizi frettolosi. Il malato percepisce meglio le indicazioni apprese all’inizio della visita, tuttavia non bisogna dare informazioni complesse, ma piccole dosi delle stesse ogni volta, spalmandole nel tempo.

Un aspetto importante della relazione medico-paziente è la negoziazione anche se i due attori non ne sono consapevoli. Lo stile negoziale si addice alla medicina generale, comunicazione e negoziazione infatti sono strumenti fondamentali per risolvere gli inevitabili conflitti. La conflittualità non va drammatizzata e non deve essere considerata una minaccia alla autorevolezza del medico, quindi non è una sfida da vincere a tutti i costi. Il metodo migliore per superare il conflitto non è imporsi perché si rompe il rapporto di fiducia che si è costruito nel tempo. Fondamentale piuttosto è l’ascolto attivo utile per accompagnare la persona malata lungo un percorso. Se non possiamo cambiare qualcosa, lo dobbiamo accettare con serenità.

Il metodo clinico della medicina generale è autonomo e caratteristico in quanto integra il tradizionale, basandosi anche sulla relazione e comunicazione. La comunicazione è terapeutica, consiste nel prendersi cura del paziente, cogliere gli aspetti verbali e non verbali, quelli emozionali e comportamentali. Il medico di famiglia acquisisce una abilità nel comunicare con il tempo con la pratica effettiva anche se è possibile migliorare la capacità di comunicare con interventi formativi mirati. Non può sottacersi che nel setting della medicina generale l’incontro fra medico e paziente avviene fra due complessità, il medico viene chiamato in causa come persona per cui è esposto al coinvolgimento emotivo. Fra i due si attiva una comunicazione, si trasmettono e ricevono informazioni, sensazioni, impressioni. In ogni individuo si ha una reazione agli stimoli del tutto personale, per cui eventi per alcuni poco significativi, per altri possono scatenare intense emozioni, anche intollerabili, in rapporto alla sensibilità individuale, alle esperienze personali di vita, allo stato affettivo momentaneo.

Non si può evitare che il paziente si presenti a noi come persona, con i suoi disturbi psichici e fisici, nè si può pretendere che scarichi le sue preoccupazioni, le paure e le angosce nel colloquio con il suo curante, ritenuto intimo ed esclusivo. Il medico di medicina generale deve interiorizzare non solo la anamnesi clinica ma anche la biografia del suo malato comprendendo in tal modo meglio il quadro clinico. Si dovranno comprendere le dinamiche familiari in quanto aiutano a capire il malato. Al ruolo del medico di famiglia deve essere associata una funzione sociale che dovrebbe essere meglio valorizzata adempiendo la professione in sintonia con la persona sofferente. Affinarsi nelle proprie capacità emozionali richiede tempo e formazione, esperienza, conservando un certo distacco emotivo pur partecipando alle tribolazioni del malato. Non è facile attuare l’atteggiamento assertivo in quanto bisogna tener conto sia delle personali esperienze ed esigenze che di quelle dei pazienti. Non è facile mantenere una equa distanza emotiva in quanto i pazienti tentano di condurre a sè (sedurre) con una dinamica che promuove sentimenti di preoccupazione o pena.

Se il malato è aggressivo bisogna rispondere a tono evitando tuttavia di reagire ad eventuali provocazioni. Il malato anche se si fida del medico può frequentemente non affidarsi del tutto generando irritazione nel rapporto interpersonale. Il medico non è solo professionista ma anche persona, occorre saper stare con gli altri. Negli ospedali e nelle divisioni clinicizzate tuttavia studenti e specializzandi sembra che perdano la loro sensibilità umana e l’empatia nei confronti delle persone sofferenti o comunque malate. Sembra che la modernità e la tecnologia facciano perdere la fondamentale importanza della storia clinica, raccontata dal malato, probabilmente perché l’informazione data dai test eseguiti e dalla diagnostica più o meno avanzata possa essere ritenuta più importante. Non può non essere detto, invece, che la storia clinica, in era tecnologica, conserva la straordinaria importanza di sempre in quanto orienta la diagnosi e le scelte del medico.

Ascoltare il paziente è essenziale per avviare un rapporto inter umano di fiducia e vicinanza. La storia clinica non può essere ritenuta poco importante in quanto raccolta dalla viva voce del malato per cui il medico non può ritenere il proprio ruolo in termine esclusivamente tecnico perché la persona malata non è un organismo portatore di un guasto e non può essere ignorato come persona dal suo curante. Al malato in gravi condizioni non può nè deve mancare il sostegno morale del suo medico. Alla competenza clinica si dovrà associare sempre il rapporto interpersonale, il rispetto e l’empatia. Avere cura comprende la capacità di ascoltare ed avere rispetto dell ‘uomo sofferente. Non possono i medici aspettare di essere ammalati per comprendere il disagio dovuto alla sofferenza, nè deve essere ignorato il paziente come persona.

L’aspetto umano è importante, non deve esserci indurimento del cuore, nessuno creda di potere rinunciare alla relazione col paziente anzi deve essere costruita una comunicazione idonea a creare empatia, rispetto e fiducia fondamentali in ogni fase della cura dell’essere umano. Preoccuparsi dell’aspetto relazionale significa anche considerare non rinunciabile il trasferimento di notizie cliniche dal paziente al medico dato che il malato può essere considerato il miglior esperto della sua condizione clinica.

Oggetto della cura è la persona nel suo complesso per cui bisogna tenere conto anche della prospettiva del malato cioè della interpretazione che dà alla sua malattia considerando la risposta emotiva allo stare male. Non ci sono schemi predefiniti per la relazione medico paziente, tutto deve essere adattato alle singole persone che entrano in relazione. Ogni malato è un caso a sè, reca al medico il suo vissuto, la sua storia personale, familiare e sociale.

Redazione NewSicilia



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