Medicina

L’angioplastica coronarica

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16 giu 2015 - 06:23

Corrado-Tamburino

La rivascolarizazzione miocardica percutanea attraverso catetere, con palloncino e/o stent, è una metodica relativamente giovane, infatti il primo paziente è stato sottoposto a questa procedura nel 1977. Da quel momento la metodica ha vissuto un enorme successo supportato da solidi dati scientifici circa la sua efficacia e sicurezza.

L’angioplastica coronarica trova applicazione ogni qual volta vi è un restringimento delle arterie coronariche, i vasi sanguigni che portano nutrimento al muscolo cardiaco.

I restringimenti delle arterie coronariche, ovvero le stenosi, sono causate da un accumulo all’interno dei vasi di materiale fibro-lipidico (placche) che occupano il lume del vaso causando un impedimento al normale flusso sanguigno; quando una placca crea un restringimento del lume del vaso di circa il 70 %, il paziente inizia ad accusare i primi sintomi: generalmente dolore al centro del petto che si irradia alla spalla sinistra o al giugulo che compare dopo uno sforzo fisico e che scompare pochi minuti dopo la fine dello sforzo. In altri casi, se la placca si frattura causando l’attivazione delle piastrine e la formazione di un trombo, si configura il quadro clinico di infarto miocardico, generato dalla totale interruzione del flusso sanguigno ad una parte del cuore.

Sia nella coronaropatia stabile che nell’infarto, può essere effettuata l’angioplastica. L’intervento si svolge in una sala di emodinamica dove è presente un angiografo a raggi x che permette al medico di seguire le varie fasi dell’intervento. L’accesso al torrente circolatorio si ottiene, in anestesia locale e a paziente sveglio, attraverso la puntura dell’arteria radiale (a livello del polso) oppure attraverso l’arteria femorale (a livello dell’inguine); il diametro totale del foro d’ingresso praticato è di solo 2 mm.

A questo punto il medico, attraverso piccolissimi fili guida, raggiunge le arterie coronariche, oltrepassa il restringimento e utilizzando i fili guida esattamente come una rotaia, porta a livello del restringimento diversi strumenti tra cui il tromboaspiratore per rimuovere i piccoli trombi, il palloncino per dilatare il restringimento ed infine lo stent per stabilizzare la placca e mantenere il vaso completamente aperto. Una volta conclusa la procedura, si procede alla chiusura della piccola ferita di 2 mm tramite una fasciatura compressiva o con un dispositivo di chiusura (con l’impianto di un piccolo tappo riassorbibile).

Generalmente i pazienti con coronaropatia stabile trattati con angioplastica vengono dimessi dopo 24 /48 ore al massimo; nel caso di pazienti con infarto miocardico, la degenza ospedaliera è di norma di 3-5 giorni.

Dopo un’angioplastica coronarica, ai pazienti si prescrive una terapia antiaggregante piastrinica per un periodo variabile a seconda della tipologia di stent impiantato.

Con la collaborazione del dott. Sebastiano Immè

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Redazione NewSicilia



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