Medicina

Forame ovale pervio (PFO)

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12 lug 2016 - 06:51

Corrado-Tamburino

Il forame ovale si forma durante la quinta settimana di gestazione ed è di fondamentale importanza per la vita intrauterina: questa apertura, delimitata da septum primum e septum secundum, mette in comunicazione le due cavità atriali e consente di escludere i polmoni, che sono ancora inattivi, dalla circolazione, permettendo al sangue ossigenato di passare direttamente dalla parte destra a quella sinistra del cuore. Al momento della nascita, con l’espansione dei vasi polmonari, il gradiente pressorio tra atrio sinistro e atrio destro spinge il septum primum verso il septum secundum con conseguente chiusura del forame ovale.

Generalmente la chiusura anatomica del forame ovale avviene entro il primo anno di vita; tuttavia in circa un quarto dei casi non si realizza una vera e propria fusione anatomica tra i due setti ma solo funzionale, per cui persiste una comunicazione virtuale tra i due atri (persistente pervietà del forame ovale). Pertanto possiamo definire il PFO come un’anomalia cardiaca parafisiologica, presente in circa il 25% delle persone sane, caratterizzata da una comunicazione virtuale tra atrio destro e sinistro a livello della fossa ovale, tra septum primum e septum secundum.

L’esame diagnostico d’elezione per evidenziare un forame ovale pervio è l’ecocardiogramma.
Tuttavia un semplice ecocardiogramma transtoracico può non mostrare chiaramente il PFO, per cui è necessario ricorrere all’ecocardiogramma transesofageo. Nella maggior parte dei casi il PFO è del tutto asintomatico; la possibilità di un minimo shunt destrosinistro
a livello atriale non si associa infatti ad alcuna manifestazione clinica.

Sulla base di evidenze epidemiologiche è stato ipotizzato che possa svolgere un ruolo etiologico nella patogenesi dell’ictus criptogenetico e nella sindrome emicranica. Il meccanismo etiologico più accreditato dell’ischemia cerebrale da PFO è l’embolia paradossa: praticamente i coaguli che si possono formare nel sistema venoso periferico (o le bolle d’aria che si formano durante la decompressione dopo le immersioni), in condizioni di aumento di pressione nelle cavità destre (es. manovra di Valsalva), passano dall’atrio destro al sinistro (quindi al sistema arterioso) attraverso il forame ovale determinando embolie sistemiche. Non c’è attualmente alcuna prova sicura di un rapporto causa effetto, per cui la chiusura del PFO in pazienti asintomatici (prevenzione primaria) non ha basi scientifiche. Nei pazienti giovani (<55 anni) con episodi di ischemia cerebrale (TIA o ictus), associati a lesioni cerebrali ischemiche documentate alla risonanza magnetica nucleare, dopo esclusione di altre potenziali cause di embolia (ateromasia carotidea, aritmie, valvulopatie, ecc.), la chiusura del PFO può essere indicata.

Per quanto riguarda il trattamento dell’emicrania, attualmente la chiusura del forame ovale non trova alcuna indicazione. Solo in casi molto selezionati ed attentamente valutati con il neurologo (pazienti giovani resistenti alla terapia antiemicranica, con attacchi di emicrania frequenti determinanti una scadente qualità della vita), può essere presa in considerazione la possibilità di una chiusura.

Come viene chiuso il PFO? Attualmente la chiusura viene effettuata tramite cateterismo cardiaco (chiusura percutanea) mediante un dispositivo simile ad un piccolo ombrellino il quale, una volta aperto, copre la pervietà presente tra il septum primum e il septum secundum. L’ombrellino viene collocato nel punto desiderato tramite un catetere, cioè un piccolo tubicino che viene introdotto attraverso la vena femorale. In assenza di evidenze definitive l’indicazione alla chiusura percutanea deve essere stabilita individualmente dopo un’attenta valutazione dei singoli quadri clinici, in stretta consulenza tra neurologo e cardiologo, e deve essere discussa con il paziente, considerando che la procedura di chiusura è invasiva e non esente da rischi.

Con la collaborazione della dott.ssa Giordana Finocchiaro

Redazione NewSicilia



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