Lettera

Vincenzo Salemme e il post commovente per l’addio alla madre Clotilde

bisogni incubi risvegli
Vincenzo Salemme
15 mar 2016 - 17:08

“Mia mamma si chiamava Clotilde ma tutti la chiamavano Tilde….”: inizia così il commovente post dell’attore Vincenzo Salemme per dire addio alla madre venuta a mancare. 

Un addio commovente, pieno di ricordi, un salto nel tempo lungo una vita.

“Qualche amico scherzando la chiamava Tildona. Mio padre per esempio. Penso che nè lui nè gli altri si riferissero alle sue curve abbondanti. Credo che ne volessero sottolineare la prepotente personalità. Era una valanga psichica! In assoluto la persona più penetrante ingombrante emozionante che abbia mai conosciuto. Era molto intelligente, vivace, geniale per certi versi, folle sotto altri aspetti. Mi sorprende la voragine che lascia nel mio cuore. Come se mi avesse portato via l’anima. Solo ora mi rendo conto che tutto ciò che sono, che ho fatto, scritto, recitato, amato, fuggito, é, in un modo o nell’altro, legato a mia madre. Solo ora mi accorgo che con lei ho perso per sempre chi credevo di avere già perso: mio padre, zia Anna, zio Mario, zio Vito, zia Clara, i miei amici che mi hanno lasciato in questi ultimi mesi. Solo ora capisco che devo lottare per non perdere tutto quello che resta e che, ancora una volta, mi riporta a lei: i miei fratelli, Valeria, zia Emma e zia Maria, zio Ottavio e zio Romano, i loro figli miei amati cugini, I miei cari nipoti, zio Livio e i Salemme di Capo Miseno, la casa di via Gaetano De Rosa, Bacoli, e tutto quello che in seguito è arrivato e che, inevitabilmente, mi sussurra di lei: albina, il cinema, l’infinito teatro… Tutto mi riporta a lei”.

Tutto riporta Vincenzo alla madre:Anche la paura angosciosa e triste che mi stringe il cuore in questo momento. Una paura che mi ricorda la sua: terribile, inesorabile. Aveva paura di morire. Da morire! Ogni giorno. Ogni giorno per paura rinunciava al suo enorme talento. Non voglio che di mamma, Clotilde detta Tilde, mi resti soltanto quest’ultimo tratto feroce fatto di occhi sbarrati, respiri affannosi, sonni perduti. Non voglio il ricordo della sua fame d’aria. Voglio che mi lasci il suo sguardo di sbieco, di chi ruba osservando la natura degli altri e ne addomestica il verso. Voglio che mi resti il ricordo della sua memoria prodigiosa, dei suoi pranzi per trenta invitati, le sue braccia possenti mentre impasta la pizza, del suo amore per Enzo Maria…”

E chi, caro Vincenzo, non ha paura di morire? Di lasciare tutto quello che, inesorabilmente, ci lega a questa vita? L’unica cosa che ci salva nel pensare che, un giorno, non faremmo più parte di questo mondo, è la consapevolezza che, in un modo o nell’altro, questa vita vale la pena viverla. Senza rimpianti e senza rimorsi. Viverla, così come viene, tutta d’un fiato.

Rossana Nicolosi



© RIPRODUZIONE RISERVATA