Giustizia

Al via i ricorsi dei medici specializzandi: passato e presente a confronto

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31 ott 2015 - 16:56

La categoria dei medici è oggi più che mai sotto la lente di ingrandimento, soprattutto in ordine a quanto sta accadendo agli ex medici specializzandi. Gli avvocati di Catania e Bologna sono i primi a muoversi in tutela dei loro diritti, che, per troppo tempo, sono stati in balia di interpretazioni e di un susseguirsi di interventi legislativi. L’inquadramento professionale dei medici specializzandi rientra nelle ipotesi di contratto di formazione-lavoro, oggetto di specifica disciplina, rispetto alla quale non può essere ravvisata una relazione sinallagmatica di scambio tra l’attività prestata dal soggetto e la remunerazione prevista dalla legge. L’attività svolta da questi ultimi consiste infatti in prestazioni finalizzate essenzialmente a consentire la formazione teorica e pratica del medico specializzato, e non a procurare utilità alle strutture sanitarie nelle quali essa si svolge. Di conseguenza gli emolumenti che per esso sono previsti sono destinati a sopperire sostanzialmente alle esigenze materiali dello specializzando, in relazione all’attuazione dell’impegno a tempo pieno per l’apprendimento e la formazione. Tali remunerazioni tuttavia, non sono sempre state riconosciute.

L’evoluzione legislativa è stata infatti copiosa e di difficile comprensione. In ambito di formazione dei medici specialisti e dei corsi per il conseguimento dei diplomi, venivano emanate in ambito comunitario tre direttive. Nel dettaglio, il Consiglio emanava nel 1975 sia la prima direttiva (c.d. di riconoscimento 75/362/CEE) sia la seconda (c.d. di coordinamento 75/363/CEE), le quali venivano trasposte nell’ordinamento italiano con la Legge del 22 maggio 1978 n.217. La terza ed ultima direttiva (82/76/CEE) riconosceva una adeguata remunerazione per l’attività posta in essere dallo specializzando per conseguire un diploma, certificato o altro titolo di medico specialista, e indicava agli Stati membri la data del 31 dicembre 1982 quale termine ultimo per adottare le misure necessarie per conformarsi alla stessa. Tale direttiva tuttavia veniva recepita in Italia solo con il D.Lgs n.257/1991, il quale statuiva che per i medici ammessi alle scuole di specializzazione in medicina dall’anno accademico 1983-1984 all’anno accademico 1990-1991, il Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica avrebbe corrisposto, per tutta la durata del corso, una borsa di studio annua onnicomprensiva di lire 13.000.000.

La situazione attuale è un susseguirsi di ricorsi ai Tribunali di tutta la penisola e richieste di risarcimento, soprattutto dopo la recente sentenza n. 17434/2015 della Suprema Corte che ha riconosciuto il diritto al risarcimento per tutti i medici che ancora frequentavano corsi di specializzazione alla data del 31 dicembre 1982.

Ma contro chi bisogna agire in giudizio? Da un lato l’università è l’ente presso cui i medici frequentano la scuola di specializzazione e con cui intrattengono il rapporto giuridico del quale chiedono il soddisfacimento, e che per legge è tenuto a corrispondere la borsa di studio. Ne consegue che spetta ai Ministeri provvedere all’assegnazione ed alla ripartizione alle Università dei fondi previsti per l’erogazione del trattamento economico mensile. Inoltre l’art.117 della Costituzione prevede la competenza esclusiva delle Regioni nella materia sanitaria, mentre prevede la competenza concorrente di Stato e Regioni in materia di istruzione e ricerca.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, anche la Regione non risulta carente di legittimazione passiva nell’ipotetico procedimento. Anche il delicato e dibattuto tema della prescrizione ha destato dubbi interpretati, che sembrano però in procinto di soluzione. L’art. 2935 c.c., che sancisce l’inizio della prescrizione dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, è stato interpretato dalla Suprema Corte in questi termini.

Nel caso di direttiva comunitaria sufficientemente specifica nell’attribuire diritti ai singoli, ma non autoesecutiva, l’inadempimento statuale, alla sua attuazione integra gli estremi della condotta idonea a generare, in modo permanente, un obbligo di risarcimento danni a favore dei soggetti che successivamente si vengano a trovare in condizione di fatto tali che, se la direttiva fosse stata adempiuta, avrebbero acquisito i diritti da essa riconosciuti (Cass. Civ. n.17868/11).

Il termine di prescrizione di un’azione di risarcimento nei confronti dello Stato, conseguente alla carente trasposizione di una direttiva, comincia a decorrere dalla data in cui i primi effetti lesivi di detta scorretta trasposizione si siano verificati e ne siano prevedibili altri (Cass. Civ. n.10813/11) Tale giudizi difatti, stanno diventando una realtà sempre più attuale. Il 2015 si è già con una nuova crescita in tema di rimborsi in favore dei medici ex specializzandi.

La cifra totale riconosciuta dai Tribunali di tutta Italia, soltanto per i camici bianchi che hanno partecipato ad una delle numerose azioni collettive targate Consulcesi, è salita ad oltre 373 milioni. Recenti invece, a partire dalle città di Catania e Bologna, sono i ricorsi per ottenere il riconoscimento, in via preliminare, della responsabilità solidale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nella causazione del danno per mancata attuazione dello Stato italiano delle direttive comunitarie n.75/362/CEE e 75/363/CEE e n. 82/76/CEE. Nel merito invece si chiede al Giudice la condanna al riconoscimento dei danni patiti.

Avvocati Claudia Cassella del Foro di Catania e Nicoletta Flamini del foro di Bologna

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Redazione NewSicilia



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