Giustizia

Sentenza a favore dei nonni della Corte Europea

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24 gen 2015 - 06:54

Chiunque ha avuto la fortuna di conoscere i propri nonni e di crescere accompagnati dal loro amore incondizionato, sa quanto essi siano preziosi e fondamentali nel percorso della vita.
A confermare ed a ribadire traducendo in diritto quello che è un sentimento comune, è stata di recente la CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani), che nella sentenza del 20 gennaio scorso (Manuello e Nevi c. Italia), ha condannato l’Italia per aver tutelato in ritardo il diritto di due nonni torinesi e dei loro nipoti di potersi vedere e di poter mantenere vivi i reciproci rapporti.

Occorre anzitutto osservare come dal 7 febbraio 2014 è entrato in vigore in Italia il D.Lgs. 153/2013, che riconosce pienamente ai nonni la facoltà di promuovere azioni legali volte a salvaguardare i loro rapporti con i nipoti. Nel caso di specie, i fatti si sono protratti per oltre dodici anni, durante i quali Franca Manuello e Paolo Nevi – questi i loro nomi – dal 2002 si sono visti negare la possibilità di vedere la nipote, che all’epoca aveva quasi sei anni.

Tutto ha avuto inizio quando dopo sei anni di matrimonio, la nuora della coppia aveva chiesto ed ottenuto il divorzio dal marito, padre della bimba e figlio dei ricorrenti. Subito dopo, come sovente accade quando è forte il rancore e l’astio tra due coniugi e ancor più lo è il desiderio di avere l’esclusivo affido dei figli, la donna aveva accusato l’ex marito e, nello specifico, aveva mosso nei suoi confronti l’accusa più infamante, ovvero quella di aver abusato sessualmente della loro bambina.

Trascorsi quattro interminabili anni, il tribunale di Torino aveva assolto l’uomo da ogni accusa «perché il fatto non sussiste». Nel frattempo, però, malgrado il processo penale si fosse concluso con formula piena per il genitore, il tribunale dei minori di Torino aveva tolto al padre la patria potestà sulla figlia e i nonni non erano stati più in grado di vedere la bambina.

Dopo il solito calvario del “percorso” con i servizi sociali e gli psicologi per poter riprendere i contatti con la nipote, il tribunale di Torino nel 2007 negava alla coppia il diritto di rivederla perché, secondo la psicologa della bambina, questa «mostrava paura e angoscia nei confronti del padre e, associando i nonni al padre, non era pronta a incontrarli».
Nel 2009 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai nonni.

Tuttavia i nonni protagonisti della storia non si sono arresi, ed hanno adito la Corte europea denunziando un’aperta violazione dell’art.8 CEDU sia sotto il profilo dell’eccessiva ed irragionevole durata del processo (oltre tre anni) innanzi al tribunale dei minori, sia in ragione del mancato intervento delle autorità italiane a fronte del continuo comportamento ostativo ad opera dei servizi sociali.

Sul punto, la Corte di Strasburgo oggi ha finalmente risolto la questione e ha ritenuto che le autorità italiane «non hanno compiuto gli sforzi adeguati e sufficienti per preservare il rapporto di parentela» tra i nonni e la bambina. La Corte ha rilevato, in particolare, che sono passati tre anni prima che il tribunale di Torino stabilisse il diritto dei ricorrenti di incontrare la nipote e che quella decisione non è mai stata eseguita dai servizi sociali incaricati di organizzare gli incontri.

Si tratta, evidentemente, di una vicenda dolorosa anzitutto sul piano umano. Ma è altresì l’ennesima stangata dalla Corte di Strasburgo all’inefficienze del sistema giudiziario italiano.

In conclusione, in una società in costante evoluzione come la nostra in cui le dinamiche familiari sono sempre più complesse, il ruolo dei nonni è ancora di fondamentale importanza: un ruolo di ausilio alla crescita dei nipoti, che si affianca a quello genitoriale, non travalicandone i confini. Perché ciò che deve essere sempre garantito è il bene superiore del minore.

Avv. Elena Cassella del Foro di Catania

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Redazione NewSicilia



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