Giustizia

Delitti in famiglia, intervista al questore Francesco Messina

VARESE FRANCESCO MESSINA QUESTORE DI VARESE
1 ago 2015 - 06:25

La Corte di Assise di Appello di Taranto ha confermato la condanna all’ergastolo nei confronti di Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri per l’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana scomparsa da casa il 26 agosto 2010 e ritrovata cadavere dopo ben tre mesi di incessanti ricerche. La ragazza, uscita da casa in quel pomeriggio d’estate per andare al mare, ha trovato la morte per mano della zia e della cugina.

La notizia ha riacceso il dibattito sulla relazione tra femminicidi, donne scomparse e conflitti familiari. I dati sono terrificanti, in Italia nel 2014, i casi accertati di femminicidio sono stati 110 e hanno riguardato, nel 90% delle situazioni, ambiti intrafamiliari. I colpevoli? i mariti, i conviventi, gli ex compagni, i figli, i parenti e comunque persone vicine alle vittime. Scenari di sistematica violenza tra le mura domestiche che piano piano hanno portato ad una crisi insanabile, alla sparizione e in molti casi all’omicidio. Come impedire la tragedia? Come salvare le vittime?

L’associazione Penelope, famiglie ed amici delle persone scomparse, che è entrata per prima, dopo l’allarme della scomparsa, nella casa di Sara Scazzi, ne ha parlato con il questore di Caserta Francesco Messina, catanese di origine. Il questore, noto per la sua brillante carriera lavorativa, che lo ha visto coinvolto attivamente su tutto il territorio nazionale, come capo centro del SISDE a Palermo, capo del settore “investigazioni giudiziarie” della DIA di Milano, dirigente della Sezione Antirapine della Squadra Mobile di Milano, impegnato da anni anche nella lotta alla violenza, è ideatore ed attuatore sin dal 2009 della processing card-vademecum di intervento in casi di lite familiare.

Dott. Messina, lei nel 2009, quando era a capo della squadra mobile di Milano, ha concepito ed ideato questa procedura attraverso la quale ha impartito alle squadre volanti specifiche direttive su fatti riconducibili a liti familiari. Come nasce l’idea di questo vademecum e quali le modalità di attuazione?

La maggior parte delle violenze, nei confronti delle donne, avviene tra le mura domestiche. Spesso se non c’è una grande capacità di intuizione da parte di chi interviene è difficile comprendere la gravità della situazione. Le liti familiari, molte volte, occultano fatti di violenza ben più gravi. Da questi episodi, in realtà, parte un ciclo della violenza che poi porta inevitabilmente alla soppressione della vittima. Prendendo spunto dalle procedure attuate dalla polizia scandinava in casi simili ed in collaborazione con il Comune di Milano, il Centro antiviolenza del Comune di Milano, i carabinieri e la procura, abbiamo ideato un percorso strutturato che l’agente si trova a dover seguire quando deve operare in situazioni che riguardano maltrattamenti in famiglia. Le chiamate per liti familiari vengono passate dalle centrali operative agli agenti che operano sul controllo del territorio, i quali sono forniti di questo vademecum che impartisce una direttiva che deve essere eseguita passo dopo passo. La processing card dal 2009 è stata diffusa su tutto il territorio nazionale, ha dato ottimi risultati e ci ha permesso di salvare moltissime donne“.

Queste le direttive per gli operatori. Oltre al punto di vista tecnico, il problema ha un valore culturale. La questione dovrebbe essere quindi affrontata in primis in ambito formativo. A suo parere, quali strumenti dovrebbero essere adottati nell’ambito della sensibilizzazione e dell’educazione delle nuove generazioni? Sui giovani come si può intervenire?

Bisogna fare in modo che i giovani siano più interessati a questi argomenti. Bisogna interessarli, suscitare la curiosità, non bisogna utilizzare dei protocolli stantii; bisogna creare nei giovani la voglia di approfondire. Se ci fermiamo all’apparenza e non approfondiamo, non riusciamo a comunicare con loro. Dobbiamo cercare di stimolare il senso critico dei ragazzi. Dobbiamo cercare di spiegare loro l’errore di una vita basata sulla cultura della ‘scorciatoia’, la cultura dell’area grigia, la cultura del raggiungimento dell’obiettivo non per le vie maestre, e l’errore anche della violenza”.

L’associazione Penelope famiglie ed amici delle persone scomparse ha seguito moltissimi casi di scomparsa di donne nei quali emergono, nel corso delle ricerche, particolari che riconducono le cause della scomparsa a violenze subite da parte della propria famiglia. Moltissime le donne che ancora non si trovano, molte altre di cui si è trovato soltanto il corpo in decomposizione. Fortunatamente la legge 203 del 2012, legge sugli scomparsi, consente adesso la possibilità che la denuncia venga presentata da qualunque persona ne sia a conoscenza. Nel corso della nostra esperienza vicino alle famiglie delle vittime abbiamo compreso, però, non solo l’importanza della immediatezza delle ricerche, ma anche l’importanza di direttive chiare sia per chi procede alla denuncia sia per coloro che la raccolgono. Alla luce della esperienza maturata con la processing card, consiglierebbe anche nel caso di denunce di scomparsa la realizzazione di un vademecum simile?

Lei ha citato la normativa vigente che ha già previsto qualcosa di simile. Nelle linee guida emanate dal legislatore è previsto tutto il procedimento. Sulla base di queste linee guida le prefetture realizzano i piani di intervento in casi di scomparsa. La linea guida è già una processing card. La qualificazione della denuncia è fondamentale, e la sensibilità di chi raccoglie la denuncia è anch’essa importante. Può succedere che chi fa la denuncia non ha gli strumenti per imporre l’idea che la scomparsa non è legata ad un allontanamento volontario. Le linee guida da sole non bastano“.

Si potrebbe dare all’operatore che raccoglie la denuncia uno schema, attraverso il quale fare le domande giuste ai fini della qualificazione della scomparsa?

Questo senz’altro si puo fare. Un percorso da seguire che viene stabilito grazie alla collaborazione con organizzazioni come la vostra, che hanno una grande esperienza sul campo, sarebbe auspicabile perché consentirebbe all’operatore una procedura che abbrevia notevolmente i tempi. Io sono un convinto assertore dell’esistenza di più sicurezze, oggi ci sono più sicurezze e più attori della sicurezza. Non puoi attribuire la responsabilità della gestione di essa soltanto al prefetto e al questore. Bisogna attribuirla a tutti coloro i quali compartecipano alla gestione e allo sviluppo. Attori come Penelope danno un contributo determinante. La sicurezza va fatta in squadra e nella squadra c’è anche il cittadino. Nella violenza sulle donne si è passati alla rete e la rete è stata determinante“.

Penelope ringrazia il questore di Caserta e ricorda: chi dimentica cancella, noi non dimentichiamo.

Avvocato Elena Cassella presidente Penelope Sicilia

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Redazione NewSicilia



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