Giustizia

Misure contro il terrorismo: opzioni e limiti

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26 mar 2016 - 06:15

I tragici eventi, di cui il “cuore pulsante d’ Europa” è stato triste scenario lo scorso 22 Marzo, hanno riaperto una ferita ancora sanguinante. Hanno, infatti, determinato la chiara ed improrogabile esigenza di rivalutare l’efficacia delle misure di counter-terrorism e di analizzare gli strumenti fino ad oggi predisposti. Sembra che l’ Europa sia affetta da continue amnesie ogni qualvolta che, colpita, si scopre fragile e impreparata ad una minaccia esistente ed immanente. Osservazione inconfutabile se si nota come il principale intervento in materia di lotta al terrorismo, la cd. “The European Union counter-terrorism strategy” (14469/4/05 REV.4), sia stato adottato solamente a posteriori, in risposta agli attentati di New York (2001), Madrid (2004), Londra (2005). L’eco mediatica (e politica) che l’attacco a Bruxelles ha suscitato permette, inoltre, di riflettere su alcuni deficit di tale strategia quale l’essere quest’ultima “incident driven” ovvero sviluppata come reazione rispetto ad accadimenti tragici e non essere, piuttosto, studiata per avere un’operatività a lungo termine, sì da rivelarsi di volta in volta inadeguata a nuove e mai sperimentate forme di violenza.

In merito a tale problematico dato di fatto, la soluzione che potrebbe e dovrebbe essere prospettata si individua nel rafforzamento ed attuazione delle misure di prevenzione al fenomeno terroristico. L’ Europa è chiamata ad intervenire a monte, approntando una strategia volta all’individuazione dei fattori e delle cause che contribuiscono alla radicalizzazione ed al reclutamento dei singoli individui tra le fila del terrorismo e, in particolare, che facilitano la formazione e l’addestramento dei foreign fighters. La prevenzione infatti non può che essere realizzata incidendo sulle condizioni che facilitano la radicalizzazione del pensiero: modalità di governo autocratiche o carenti, modernizzazione rapida ma incontrollata, assenza di prospettive politiche ed economiche e di opportunità di istruzione, mancanza di integrazione col sostrato culturale di innesto.

Certamente le misure di prevenzione non limitano la loro portata alla predisposizione di politiche di promozione dei diritti umani e rimozione delle discriminazioni ma operano, anche e soprattutto, nella direzione dello smantellamento della struttura terroristica attraverso lo strumento del “freeze asset”, ovvero il congelamento dei beni delle organizzazioni terroristiche e dei singoli individui iscritti in liste redatte a livello internazionale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, poi recepite dall’Unione europea e dai singoli Stati.

Se l’intento è quello di depauperare le organizzazioni terroristiche indebolendo la loro capacità di reazione e riassestamento, il rischio, per la verità non del tutto astratto, è quello di individuare “un nemico” attraverso un modus operandi superficiale e fortemente lesivo delle garanzie che un “giusto processo” richiede e contemporaneamente incidere profondamente (ed ingiustamente) sul diritto alla libera iniziativa economica (art.41 Cost.) e di proprietà (art.42 Cost.).

Altra misura di prevenzione della quale, proprio in questi giorni si discute con toni accesi e di cui il ministro Alfano auspica nel più breve tempo possibile l’adozione, è quella relativa all’utilizzo diffuso dei dati del codice di prenotazione (PRN-Passenger Name Record) ovvero informazioni sui transiti di passeggeri raccolte dai vettori aerei per combattere il terrorismo e la criminalità organizzata. Con la Convenzione Schengen, l’UE ha adottato misure per la raccolta e lo scambio di dati personali tra le autorità di contrasto, misure, tuttavia, riguardanti persone già sospette. Il trasferimento e il trattamento diffuso dei dati PNR consentirebbero, finalmente, alle autorità di contrasto di identificare sospetti non precedentemente noti ma inciderebbe, e non poco, sul diritto alla privacy.

Alla luce degli eventi storici recenti, si ritiene di poter concludere che tra le sfide dell’ Europa vi è anche di bilanciare sapientemente il difficile binomio sicurezza-libertà. Secondo Hobbes, “l’uomo non tende al piacere ma alla sicurezza in nome della quale sacrifica la propria libertà”: l’Europa, colpita al “ventre molle”, è oggi chiamata a pronunciarsi improrogabilmente su tale questione e mostrarsi, finalmente, si spera, forte e coesa di fronte al tentativo di distruggere col terrore la sua più intima “identità democratica”.

Avv. Claudia Cassella del foro di Catania

Redazione NewSicilia



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