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Marvin Gaye: quando un artista non muore mai!

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4 giu 2017 - 06:11

È stata una giornata pesante. Spengo la tv, ormai le notizie non sono più notizie, arrivano a valanghe, specialmente le cattive, presentandosi da sole. Il mondo della musica poi… non è più quello di una volta, quando si cantava veramente la vita, quella vera. Come la pretesa, ad esempio, di avere 100 lire al mese per andare in America, terra dove poter realizzare i propri sogni, come cantava agli inizi degli anni 40 il Quartetto Cetra. Caro lettore lasciamelo dire: siamo ormai sprofondati nella banalità, nell’ormai sono “in diretta facebook” e andiamo a “comandare” là dove un essere, qualunque, senza aver fatto la benchè minima esperienza su un palco, senza quella sana e vitale gavetta, che ti forma, ti crea, ti plasma e con l’ormai presenza sempre più costante dei social, pretende di essere chiamato artista, solo perché butta giù un pezzo con parole in rima senza alcun senso logico. E via, successo assicurato. Ma mi consola il fatto che di artisti mitici ce ne sono stati davvero e mi ritengo fortunata per averne vissuto qualcuno che mi ha regalato tanto, da Michael Jackson a Whitney Houston, altri, invece, che, anche se non li ho vissuti, hanno lasciato un’impronta speciale a questo mondo rimanendo immortali.

Uno di questi è Marvin Gaye. Nato a Washington, patria della Casa Bianca, il 2 aprile del 1939, per un’assurda beffa del destino fu costretto a cambiare il suo cognome da Gay a Gaye aggiungendo una e sia per stroncare le prese in giro sia per apparire più professionale. Nel 2017, quando i bambini hanno tutto, o quasi, lui per sfuggire agli abusi psicologici messi in atto dal padre, iniziò a cantare in un coro ecclesiale prendendo lezioni di piano e percussioni.

Stella splendente del gruppo” The Moonglows” viene notato, cosa ormai rara ai giorni nostri perché si prediligono altre strade, da Berry Gordy, produttore della celebre casa discografica la “Motown”. Inizierà così a dare un volto alla sua vena artista fatta di testi e musiche che lui stesso scriverà cantandole per la maggior parte dei casi in duetto con donne tra cui Tammi Terrell, sua musa ispiratrice. Ma quando Tammi viene chiamata dal Padre per ritornare nella sua casa d’origine, per un tumore al cervello, Marvin è talmente provato che durante i funerali parlò al corpo di lei come se si aspettasse una risposta da un momento all’altro. Sprofonda in un silenzio religioso per ben 2 anni.

La solitudine a volte non è nemica ma amica. Lo immagino guardare da una finestra a fissare il cielo coi suoi diamanti, con una sigaretta in bocca con carta e penna pronti, perché l’ispirazione non attende. Arriva il suo primo vero grande successo: ”What’s going on” che più che una canzone è una vera e propria preghiera: ”padre… la guerra non è la risposta perché solo l’amore conquista l’odio…” e poi “God is love” e “Sad tomorrows”.

Marvin era riuscito a staccarsi dalla vecchia concezione della musica che parlasse solo d’amore, incentrando tematiche sui temi sociali, religiosi, personali. L’artista che era in lui si era “evoluto”. Il singolo “Let’s get it on” è stato il più venduto della storia della musica soul della Motown e altri successi che fu in grado di materializzare come “Got to give it up”e l’amara “Here, my dear” brano dedicato con spiccata amarezza, alla fine del suo matrimonio con Anna Gordy, figlia di Berry.

La sensuale “Sexual healing” sarà il suo ultimissimo successo e anche una delle sue ultime invocazioni al bisogno d’amore che ha sempre e continuamente ricercato. Un giorno prima del suo 45mo compleanno, per una stupidissima lite, il padre gli sparò uccidendolo segnando la fine di un artista enigmatico, a volte anche duro, ma con un’anima pura, irraggiungibile, meravigliosamente artistica.

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Ma quanto durano realmente gli artisti di oggi? Mi chiedo sempre in quale parte di dimenticatoio andranno a finire queste canzonette e mi consola il fatto di sapere che certa “buona musica” non vedrà mai un tramonto perché fatta da artisti con la “A” maiuscola degni di avere una stella nella “Hollywood Rock all fame” come hanno fatto nel 1990 al grande Marvin Gaye e un grazie per aver contribuito a fare della musica una vera e propria vocazione e non solo sete di potere e di bramosia di successo.

Barbara Gricoli

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Redazione NewSicilia



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