Giustizia

Legge Pinto, l’indennizzo per l’irragionevole durata del processo

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21 mag 2016 - 06:10

Probabilmente, chiunque, almeno una volta nella vita, avrà avuto modo di sperimentare il farraginoso meccanismo della burocrazia giudiziaria e le lungaggini processuali ad esso relative. Sebbene, a volte, giustificate dalla complessità del caso concreto, tuttavia queste risultano intollerabili per il cittadino che attende lungamente la tutela dei propri diritti.

Esiste già dal 2001 una legge (c.d. Pinto, n. 89/2001) che consente a chi abbia subito un danno patrimoniale o non patrimoniale a causa dell’eccessiva durata di un processo di ottenere dal Ministero della Giustizia un’equa riparazione. Numerose sono state le pronunce della Corte di Cassazione che hanno indennizzato il cittadino conformandosi ai trend europei inaugurati dall’articolo 6 CEDU e dall’articolo 47 Carta di Nizza.

Tra le pronunce più eclatanti in fatto di numeri, quella con la quale la Suprema Corte (sentenza n. 10233 del 19.05.2015) ha riconosciuto un maxi-indennizzo di € 8.000 per la irragionevole durata di una procedura, nella specie, fallimentare. Secondo la Corte di Cassazione “una procedura fallimentare deve avere una durata stimata di 5 anni, che può aumentare fino ad un massimo di 7 nel caso in cui il procedimento presenti particolari difficoltà; superato questo limite scatta l’equa riparazione della Legge Pinto per eccessiva durata”.

La legge Pinto ha subito da poco un restauro (con la legge di stabilità 2016). Quali sono le novità? Occhio all’introduzione dei rimedi preventivi: Il processo non ha avuto una durata ragionevole se è durato più di tre anni in primo grado, due anni in secondo grado, un anno nel giudizio di legittimità (articolo 2 comma 2 bis). Questo dato temporale, con il restauro Pinto, non è però più sufficiente per potere iniziare la guerra contro la lumaca giustizia. Infatti, a pena di inammissibilità della domanda, il cittadino dovrà dimostrare di avere intrapreso le strade più brevi per ottenere la sentenza. Per esempio, dovrà provare di avere depositato istanze di accelerazione, istanze di prelievo, riunione delle cause, di avere utilizzato i riti sommari, di avere richiesto la discussione orale ex articolo 281 sexies c.c etc. Attenzione però: questa conditio non opera per tutti i processi la cui durata al 31 ottobre 2016 ecceda già i termini di ragionevole durata o siano già assunti in decisione in pari data, sicché è ancora possibile presentare ricorso senza aver preliminarmente esperito codesti rimedi.

Altra novità: il cittadino ha vinto la causa? Verrà pagato solo se avrà dichiarato il credito, altrimenti, non gli resta che piangere! Per il cittadino accorto, quindi, una buona notizia: lo Stato pagherà entro sei mesi. Insomma: se la giustizia rallenta, accelerate!

Avvocato Elena Cassella del foro di Catania

Redazione NewSicilia



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