Giustizia

Intervista a Maradona jr: l’inghippo della paternità

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15 ago 2015 - 06:34

Prima di perdere i sensi tra le braccia di AFRODITE, è utile ricordarsi che nel procedimento giudiziale di paternità e/o maternità naturale (art. 269 c.c.): “(…) La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo…; la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità”. Il progresso scientifico rende oggi disponibile quel mezzo probatorio inoppugnabile costituito dalla prova del DNA; e, però: quid iuris di fronte al rifiuto di UN UOMO a sottoporsi al test?

In questi giorni la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare il tema: con una sentenza dai contenuti innovativi per l’occhio di riguardo riservato non solo alle esigenze di economia processuale ma anche a quel nucleo emozionale alimentato da interrogativi esistenziali e bisogni identitari di fronte ai quali “giustizia” significa anche “tempestività” e “discrezione”. L’antefatto: nel 2012 una ragazza ottiene dal Tribunale di Verona il riconoscimento di figlia naturale. A fronte del ricorso del presunto padre la Corte di appello di Venezia, in assenza di prova dell’esistenza dei rapporti sessuali all’epoca del concepimento, CONFERMA il riconoscimento desumendolo dal SOLO RIFIUTO del ricorrente di sottoporsi al DNA. Il 6 luglio 2015 (sentenza n. 3885) la Corte di Cassazione chiarisce che nel giudizio promosso per l’accertamento della paternità naturale, in assenza di un’articolazione gerarchica del relativo regime probatorio (art 269 c.c.), il rifiuto di sottoporsi alle indagini ematologiche costituisce un comportamento di valore indiziario tale da consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda, anche in mancanza di prova dell’esistenza di “rapporti sessuali” fra le parti: la dimostrazione di questi è espressamente ritenuta insufficiente (Cassazione 386/1999; 6025/2015).

Insomma, la Suprema Corte attribuisce ora al rifiuto di sottoporsi ad un test di valore scientifico inoppugnabile un particolare valore sintomatico, a fronte del quale la prova per testimoni viene giustamente ridotta ad un livello marginale, assieme al suo inevitabile corredo di incertezze, tensioni, lungaggini, a tacere dalla ricaduta sociale inevitabilmente determinata dal “parlare dei fatti altrui”…

E ieri? Un caso, reso celebre dallo spessore mediatico del protagonista, risale al ’92, anno in cui la sentenza del Tribunale per i minori di Napoli riconosceva il piccolo Diego Armando Maradona junior, figlio naturale dell’omonimo fuoriclasse. Nella lunga controversia giudiziaria, iniziata da Cristina Sinagra nel lontano 1986 (subito dopo la nascita di Diego) e terminata nel 1992, l’ex capitano azzurro si era rifiutato di sottoporsi al DNA e la difesa della donna aveva dovuto presentare centinaia di testimoni, tutti informatissimi sulla love story, come l’ex cameriera del calciatore Juana Bergara. “Diego – aveva commentato la donna – si è sempre rifiutato di fare l’esame del DNA: ho dovuto portare centinaia di testimonianze”.

Tempi lunghi, troppi lunghi. Sei anni di battaglia giudiziaria, di scetticismo della gente. Ma, soprattutto, sei anni di silenzio su una domanda essenziale nella vita di un bambino: essenziale per quella naturale esigenza di riferimento identitario la cui risposta non è solo affidata al riconoscimento quotidiano che un padre “dona e riceve” dal figlio ma, ancor prima, alla possibilità di essere sufficientemente sicuri di potersi proiettare verso una figura di riferimento. Maradona Junior è ormai un uomo di ventott’anni, sposato e reduce dal campionato di beach soccer dove la sua squadra, Catania Domusbet, ha guadagnato l’accesso alla semifinale: lo abbiamo incontrato a Lignano Sabbiadoro.

Maradona Junior eri molto piccolo quando la tua mamma si batteva perché venissi riconosciuto come figlio naturale del mitico Maradona. Tu cosa ricordi e come vivevi quegli anni?

Ricordo bene che erano tantissime le persone che dovevano testimoniare e questo ci ha fatto perdere tanto tempo e ha fatto durare il processo troppo. Ovviamente la lungaggine del giudizio ha provocato un maggiore attrito tra i miei genitori e, soprattutto, una maggiore sofferenza in me. Sentivo dentro di me il vincolo di sangue con mio padre ma dovevo avere quel “pezzo di carta “ che lo ufficializzasse.

Solo di recente (con la legge n. 219/ 2012) il riconoscimento (art 258 c.c) opera anche nei confronti dei parenti del genitore naturale e, dunque, tu puoi chiamare “nonni“ i genitori del Maradona. Che rapporto hai avuto con loro?

Non ho mai conosciuto mio nonno paterno, che è morto da qualche anno, e questo mi dispiace perché ritengo che i nonni siano una figura essenziale. Sono comunque fortunato perché, a differenza di molti ragazzi che in Italia e, soprattutto in Argentina, vengono abbandonati, io conosco le mie origini, la mia provenienza. E poi ho avuto i miei nonni materni che mi hanno sempre sostenuto.

Che rapporto hai con gli altri figli di Maradona, tuoi fratelli?

Io sono il primo dei 4 figli e, quando sono nato io (nel 1986), papà non era ancora sposato. Perciò sono un figlio naturale e non adulterino. Nel 1987 e nel 1989 sono nate le mie sorelle Dalma e Gianina dalla relazione di papà con Claudia Villafane con la quale si è sposato nel 1990. Nel 1996 è nata Jana e l’ultimo fratello, Diego Fernando è nato da Veronica Ececa. Mio padre non ha mai favorito gli incontri tra noi figli e questo ritengo sia una cosa grave.

Diego a questo punto estrae il cellulare e sul display mi mostra orgoglioso la foto del fratellino e mi chiede: “non assomigliamo a nostro padre?” Si che assomiglia… ha gli stessi occhi, la stessa grinta e nella semifinale scudetto del massimo campionato di beach soccer giocato dal Catania Domusbet del Presidente Bosco, ha mostrato buone qualità tecniche, un po’ appannate dalla scarsa preparazione fisica dovuta al lungo periodo di inattività dopo l’intervento chirurgico subito per la ricostruzione di un legamento crociato.

Salutiamo Maradona e speriamo che i presunti padre, non potendosi rifiutare di sottoporsi al DNA, non mandino un sostituto, come è accaduto due giorni fa a Genova.

Avv. Elena Cassella del Foro di Catania

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Redazione NewSicilia



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