Giustizia

Impossessarsi del cellulare del partner (per spiare messaggi) è rapina

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4 apr 2015 - 07:10

A chi non è capitato di sottrarre al proprio partner, all’amico o al collega il cellulare per spiare i messaggi e le ultime chiamate, sperando di non trovare qualcosa di peccaminoso? D’ora in avanti, siate più cauti. Qualche giorno fa (19 marzo 2015) la Suprema Corte di Cassazione, seconda sezione penale ha configurato tale fattispecie come RAPINA.

La sentenza n. 11467/2015 della seconda sezione penale della Corte di Cassazione pone fine alla vicenda di un ventiquattrenne, di origine barese, il quale si impossessava del cellulare della ex fidanzata, strattonandola ed entrando nella sua abitazione, con lo scopo di dimostrare, all’ormai ex suocero, i tradimenti perpetrati dalla figlia, e, dunque, l’esistenza di una relazione con un altro uomo. Il giovane fidanzato però, per tale gesto, veniva condannato in primo grado, e successivamente anche dalla Corte d’Appello di Bari, alla pena di anni due, mesi due di reclusione ed euro 600,00 di multa per i reati di tentata violenza privata (capo A), violazione di domicilio e lesioni personali (capo B) e rapina (capo C). Avverso tale sentenza, il ragazzo, tramite il suo legale, proponeva ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza del dolo specifico e sostenendo che non fosse ingiusto il profitto morale a cui lo stesso mirava impossessandosi del telefonino della sua ex fidanzata, in quanto fatto allo scopo di far conoscere al padre di costei i messaggi che la stessa riceveva da un altro uomo. Egli riconosceva di aver agito per perseguire un’utilità di carattere morale e non patrimoniale, sottraendo il telefono cellulare alla ex fidanzata, ma contestava il carattere “ingiusto” di tale utilità, osservando che il suo intento fosse stato quello non già di conseguire un profitto ingiusto, bensì di dimostrare al genitore della sua ragazza l’ingiustizia e la scorrettezza del comportamento tenuto dalla figlia.

Inutili i tentativi del giovane di sminuire l’accaduto. Infatti, la Suprema Corte, con la decisione sopra richiamata, ha riconosciuto al giovane il requisito della ingiustizia del profitto morale e, dunque, il reato di rapina. Nel delitto di rapina sussiste l’ingiustizia del profitto quando l’agente, impossessandosi della cosa altrui (nella fattispecie un telefonino), persegua esclusivamente un’utilità morale, consistente nel prendere cognizione dei messaggi che la persona offesa abbia ricevuto da altro soggetto, trattandosi di finalità antigiuridica in quanto, violando il diritto alla riservatezza, incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane. [...]

L’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione. [...] La pretesa di perquisire il telefonino della ex alla ricerca di messaggi compromettenti, assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta proprio perché, violando il diritto alla riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna e si pone in prosecuzione ideale con il reato di tentata violenza privata avente ad oggetto il tentativo del ragazzo di costringere la ex a riallacciare il rapporto di fidanzamento dalla stessa troncato.

Oggi, quindi la situazione è chiarita. Nel delitto di rapina il profitto può concretarsi in qualsiasi utilità, anche solo morale, in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purchè questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene.

Perciò d’ora in avanti, se pensate che il vostro compagno vi tradisca, non agite d’impulso, e soprattutto non prendete, senza la sua autorizzazione, il suo cellulare per fugare i vostri dubbi. “Uomo avvisato, dalla Cassazione, certamente salvato”.

Avv. Elena Cassella del Foro di Catania

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Redazione NewSicilia



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