Giustizia

Il contratto di convivenza di fatto

Registro_unioni_civili
14 mag 2016 - 06:19

Con l’approvazione definitiva del Disegno di legge Cirinnà, in data 11 maggio 2016, il legislatore italiano ha finalmente conferito veste giuridica alla “convivenza di fatto”. Invero, in molte città italiane esistono già da tempo i registri delle coppie di fatto, ma non anche una legge nazionale sulla materia. Orbene, quanto accaduto rappresenta una novità di non poco valore che dimostra una ritrovata maturità. È indubbio tuttavia l’evidente ritardo della riforma rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Si rammenti, solo per volontà comparativa, l’esperienza francese: il Parlamento francese, sin dal lontano 1999, ha emanato la Legge n. 944, il “Du pacte civil de solidarité et du concubinage – PACS”, testo che, per onestà intellettuale, si ritrova oggi pedissequamente riprodotto dal nostro legislatore. Infatti, analogamente al testo francese, la normativa italiana prevede che la convivenza di fatto si intende tra due persone maggiorenni (è irrilevante siano esse omosessuali o eterosessuali) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

Dalla predetta relazione sorgono degli effetti giuridici rilevanti sia dal punto di vista dei diritti della persona che dal punto di vista dei rapporti giuridici patrimoniali: per queste ragioni, è necessario che sia accertata l’effettiva e stabile convivenza, intesa come coabitazione e comune dimora abituale (riferimento all’articolo 4 del DPR 223/89). Verificata la sussistenza del predetto elemento, il riconoscimento giuridico della convivenza di fatto attribuisce automaticamente ai soggetti gli stessi diritti dei coniugi in materia di detenzione, malattia, ricovero di uno dei due. Pertanto, ad esempio, previa designazione scritta, sia in caso di malattia che di morte, ciascun convivente, può assumere importanti decisioni in materia di salute ma anche in materia di donazione degli organi, funerali, modalità di trattamento del corpo dell’altro coniuge.

Ma vi è di più. In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice può riconoscere a uno dei due conviventi, che si trova in stato di bisogno, il diritto agli alimenti per un periodo determinato ed in proporzione alla durata della convivenza. E non solo. Oggi, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, il partner superstite mantiene il suo diritto di abitazione fino a 5 anni successivi il decesso e ha la facoltà di subentrare al de cuius nel contratto di affitto. È bene chiarire però che la morte del convivente non dà diritto alla percezione della pensione di reversibilità né tanto più, ad oggi, immette il superstite nell’asse ereditario.

La ratio di equiparazione al rapporto coniugale emerge altresì dalle modifiche apportate al codice civile che vedono il riconoscimento della figura del convivente all’interno dell’impresa familiare (articolo 230ter c.c.), e la sua legittimazione attiva nel richiedere il risarcimento del danno per la morte derivante da fatto illecito di un terzo.

Un elemento di diversità rispetto all’istituto del matrimonio si riscontra invero nella regolamentazione dei rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune: in questa ipotesi è necessario un contratto cd. di convivenza. Se invero il regime patrimoniale coniugale è ex lege quello della comunione, i conviventi continuano a dover precipuamente inquadrare i propri accordi in merito in forma scritta, con un atto pubblico o con scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

Nell’eventualità in cui si voglia risolvere codesto contratto di convivenza, lo si può fare nel rispetto delle stesse forme costitutive e a seguito di: accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra uno dei conviventi e un’altra persona, ed infine morte di uno dei contraenti.

Dalla riflessione sulla riforma in esame emerge, dunque, un quadro abbastanza chiaro di come la convivenza sia stata (ndr finalmente) a pieno titolo “riconosciuta e garantita” dall’ordinamento come formazione sociale avente pari dignità rispetto a quelle ad oggi già note. Due persone che convivono sono FAMIGLIA e non può dirsi altrimenti se teniamo a mente le parole di Robert Green Ingersoll: “La vera civiltà è quando ciascun uomo dà a ciascun altro ogni diritto che pretende per sé stesso”.

Avv. Elena Cassella del foro di Catania

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Redazione NewSicilia



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