Giustizia

Casa condivisa in caso di separazione tra coniugi

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11 giu 2016 - 06:42

Vi è una grande novità in merito all’assegnazione della casa coniugale introdotta dalla Cassazione con sentenza n. 11783/16. Per comprenderne pienamente la portata, è bene operare un confronto fra l’usuale modus procedendi e la rilevante modifica apportata con la predetta decisione. Com’ è noto, nei giudizi di separazione, tra le questioni “calde” che animano i coniugi vi è quasi sempre quella relativa alla casa coniugale. In genere il giudice assegna l’immobile al coniuge presso i quali i figli vanno a vivere stabilmente (in gergo tecnico “coniuge collocatario”). Così, l’altro coniuge anche qualora ne sia effettivo proprietario, è costretto a fare le valige ed andarsene.

Da oggi, invece, il giudice può vagliare la possibilità di assegnare solo una porzione dell’immobile adibito a casa coniugale, di proprietà esclusiva del genitore non collocatario, quando la tipologia dell’immobile consenta una comoda divisione. Ma non solo. Il criterio che deve guidare il giudice nella propria decisione deve essere quello sancito all’articolo 155 quater cod. civ ovvero il perseguimento del prioritario e superiore interesse del minore alla conservazione dell’habitat domestico.

L’ “habitat domestico” di cui si fa menzione non deve certo essere inteso solamente come luogo fisico di stabile dimora ma anche e soprattutto come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. La giurisprudenza di legittimità è ormai unanime nel considerare prevalente l’interesse dei figli minori alla conservazione dell’ambiente nel quale sono cresciuti, sacrificando invece le esigenze di vita dei coniugi che dovranno tollerare di “restare sotto lo stesso tetto”.

L’assegnazione di una parte limitata dell’immobile non avviene però in automatico ma è subordinata ad una valutazione discrezionale del giudice che dovrà soppesare il grado di conflittualità esistente tra i coniugi. Deve trattarsi quindi di una coppia ove il clima di conflittualità e i litigi sono venuti ormai scemando e si è ristabilito un certo dialogo. Solo in caso di “lieve grado di conflittualità coniugale” e di assenza di rischio per la salute e l’integrità psicofisica della prole il giudice potrà operare una scelta di questo tipo. Una soluzione senza ombra di dubbio rispettosa del principio di bigenitorialità, che rimette (finalmente) in primo piano il benessere del bambino. 

Avv. Elena Cassella del foro di Catania

Redazione NewSicilia



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