Giustizia

Adulterio e amante ricattatore

coppiaparlapertelowwq3
12 nov 2016 - 06:38

Con la sentenza del 16 giugno 43107/2016 la Corte di Cassazione ribadisce il proprio costante orientamento sulla rilevanza penale della condotta dell’amante che consegua un ingiusto profitto, facendosi consegnare denaro o altra utilità dal traditore, attraverso la minaccia di rivelare la relazione adulterina al coniuge tradito. Per la Suprema Corte in caso di pluralità di pagamenti, per valutare l’eventuale sussistenza di più reati è necessario accertare se, in base al criterio finalistico e temporale, ci si trovi al cospetto di un’unica azione o meno.

Il ripetersi delle minacce o delle violenze da parte dell’estortore per costringere la vittima non dà luogo, di per sè, ad una pluralità di reati, occorrendo prima accertare se ci si trovi in presenza di una azione unica o meno, e ciò alla stregua del duplice criterio: finalistico e temporale. Azione unica, infatti, non equivale ad atto unico, ben potendo la stessa essere composta da una molteplicità di ‘atti’ che, in quanto diretti al conseguimento di un unico risultato, altro non sono che un frammento dell’azione, una modalità esecutiva della condotta delittuosa. L’unicità dei fine a sua volta non basta per imprimere all’azione un carattere unitario essendo necessaria la così detta contestualità, vale a dire l’immediato succedersi dei singoli atti, sì da rendere l’azione unica. I diversi conati posti in essere per procurarsi un ingiusto profitto costituiscono autonomi reati, unificabili con il vincolo della continuazione, quando, singolarmente considerati in relazione alle circostanze del caso concreto e, in particolare, alle modalità di realizzazione e soprattutto all’elemento temporale, appaiono dotati di una propria completa individualità; al contrario, si ha un solo reato di estorsione, pur in presenza di diversi atti intimidatori, allorché gli stessi costituiscono singoli momenti di un’unica azione perchè sorretti da un’unica e continua determinazione, che non registri sul piano della volontà interruzioni o desistenze”.

Sulla base di questo principio, la Corte di legittimità accoglie la tesi difensiva ritenendo integrata un’unica azione estortiva in luogo della continuazione. La Corte, invece, rigetta domanda di riqualificazione del fatto come truffa, invece che estorsione, basata sull’inesistenza del pericolo per non essere il possibile ed eventuale male minacciato proveniente da chi lo prospettava. Sulla configurabilità del delitto di estorsione, aveva già stabilito con la sentenza n. 7662/2015, che se il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, in tal caso la persona offesa è posta nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o subire il male minacciato e di conseguenza si configura nella minaccia del terzo di rivelare la relazione extraconiugale, intrapresa dalla stessa persona offesa, volta a farsi consegnare da quest’ultima degli orecchini preziosi.

In riferimento alle tesi difensive già sostenute in sede di merito e disattese dal Tribunale e dalla Corte d’Appello, ribadisceche “è inammissibile il ricorso per Cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici. La mancanza di specificità del motivo, invero, dev’essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell’art. 591, comma 1, lett. c), all’inammissibilità”.

Avv. Elena Cassella del foro di Catania

Redazione NewSicilia



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