Convivenza

Unione Europea e Sicilia tra opportunità e irregolarità: un rapporto che fatica a decollare

sicilia e unione europea
23 giu 2017 - 06:45

PALERMO - La nascita dell’Unione Europea dopo i due confitti mondiali è stato il segno più evidente delle nuove e crescenti necessità dei popoli del “Vecchio Continente“, e dell’Occidente in generale, di mantenere la pace, gli equilibri e di cooperare per il bene comune.

Uno dei principali obiettivi da raggiungere con la formazione dell’Unione Europea è stato quello di riuscire a costituire una coesione tra tutti gli Stati membri e, per la precisione, tra tutti i cittadini di questi.

Ma questo processo, fondato su una ideologia quasi utopistica, ha riscontrato moltissime difficoltà nel corso degli ultimi decenni a causa di una forte gelosia di ogni singolo Stato membro nei confronti del proprio diritto interno.

Ed è proprio in uno Stato abbastanza frammentato come l’Italia che questo processo riscontra tante difficoltà. La Sicilia, essendo una delle cinque regioni a Statuto speciale (insieme a Valle d’Aosta, Sardegna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia), ha visto stravolgere il suo rapporto con l’ordinamento sovranazionale in questione grazie alla riforma del titolo V della costituzione avvenuta nel 2001.

Questa riforma costituzionale, forse una delle più importanti e incisive dell’intera storia della costituzione italiana, ha visto l’instaurazione di un rapporto diretto tra la Sicilia e l’Unione Europea grazie, principalmente, alla novella dell’art. 117 della costituzione che impone alle regioni di sottostare ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

Oggi più che mai si avverte il bisogno d’Europa e di vera Unione Europea. Si avverte il bisogno di una solidarietà tra Stati che non sia, dunque, solo di facciata e votata alla più cieca intransigenza, ma reale e utile, che permetta ai singoli stati membri di crescere gradualmente e di non finire disperati (come sta accadendo per paesi come la Grecia e altri per i quali si è spesso parlato di collasso e crisi economica).

Ed è proprio dal punto di vista economico che si notano le difficoltà del rapporto tra la Sicilia e l’Unione Europea. A partire dal 2015 l’ordinamento comunitario ha aperto i rubinetti rimandando indietro all’Italia circa 12 miliardi di euro destinati a sostenere le zone più povere del paese, le aziende agricole, le imprese e i giovani. Ma l’Ue procede anche al recupero dei soldi concessi ogni qualvolta uno Stato non si attiene al rispetto dei Trattati comunitari.

In casi del genere, l’Unione apre dei veri e propri processi (delle procedure d’infrazione) che sono seguite spesso da sanzioni “anche molto gravose a carico della finanza pubblica”. E proprio in questo speciale ambito la Sicilia è la regina per l’uso irregolare dei fondi Ue, con vari casi di corruzione e turbativa d’asta che sono costati al governo siciliano oltre 50 milioni di euro negli ultimi anni.

Ciò che deve far riflettere oggi sull’Unione Europea non è tanto l’istituzione in sé e per sé bensì l’idea stessa di Europa che abbiamo e il rapporto che con essa instauriamo, sia come italiani sia come siciliani, basato tutt’oggi purtroppo su ignoranza e scarsa conoscenza oltre che sul solito e controproducente egoismo di ogni singolo Stato membro.

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Carlo Marino



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