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Totò che visse due volte: la storia di Salvatore Cuffaro

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12 dic 2015 - 12:26

PALERMO - Torna libero dopo una vicenda giudiziaria che l’ha visto condannato a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Torna libero dopo aver scontato cinque anni nel carcere di Rebibbia. Totò Cuffaro torna libero ma ne esce profondamente cambiato e non solo nel fisico. Sembrano lontani i tempi dei vassoi di cannoli e delle coppole, sembrano lontani i talk show da Costanzo, lontanissimi gli appellativi di “Totò vasa vasa”.

Ma facciamo un salto indietro nel tempo e raccontiamo la vicenda politica e giudiziaria dell’ex presidente della Regione Siciliana.

Presidente della Regione Siciliana dal 2001 al 2008, Cuffaro entra in politica nei primissimi anni ’80 nel suo comune, Raffadali, in provincia di Agrigento, nelle file della Democrazia Cristiana e, alle elezioni regionali del 16 giugno 1991, con una buona affermazione personale (79.970 voti di preferenza su 287.166 della lista DC), viene eletto deputato all’Assemblea Regionale Siciliana. Dopo la fine della balena bianca entra nell’Udc, Unione dei Democratici Cristiani e di Centro.

In quella legislatura diviene componente della Commissione attività produttive e vice presidente della Commissione regionale antimafia. Resta noto il suo intervento il 26 settembre 1991 durante una puntata speciale della trasmissione televisiva Samarcanda condotta da Michele Santoro dal Teatro Biondo di Palermo in collegamento con il Maurizio Costanzo Show e dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia. 

In quella occasione, Cuffaro – presente tra il pubblico – si scaglia con veemenza contro conduttori ed intervistati, sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di “giornalismo mafioso” fossero degne dell’attività mafiosa vera e propria tanto criticata, e comunque lesive della dignità della Sicilia. Sul palco ad ascoltare incredulo le parole di quel siciliano c’è Giovanni Falcone, otto mesi prima di saltare in aria a Capaci, con la moglie e gli agenti di scorta.

Dopo una puntata del programma televisivo Report nel 2005 dedicata al pizzo e alla Sicilia Cuffaro afferma: “Dire che la Sicilia di oggi è quella in cui l’80 per cento degli imprenditori pagano il pizzo o se ne vanno e quelli che restano sono costretti a vivere sotto scorta è un falso. Che ci provoca un grosso danno di immagine proprio in un momento in cui decine di grossi imprenditori del nord vengono ad investire nell’Isola e non certo perché sono collusi con la mafia. Quelli che pagano il pizzo saranno il 5-10 per cento. I magistrati dicono cose diverse? E io non ci credo. I dati veri dicono che il prodotto interno lordo in Sicilia nel 2003 è cresciuto dell’1,8 per cento, ben di più della media nazionale dello 0,4 per cento, e questa è la riscossa di un territorio, della sua voglia di impresa, della cultura della legalità“.

Paladino dell’antimafia tappezza, quando era presidente della Regione, tutta l’isola con manifesti recitanti la frase d’effetto “La Mafia fa schifo“. 

Era imbattibile Cuffaro. Alle elezioni regionali del 2008 trionfa su Rita Borselllino e inizia il suo secondo mandato come governatore dell’Isola. Una fittissima rete di consiglieri e di amici, un volto bonario da “governatore della porta accanto”, la capacità di ricordare sempre nomi, volti e contatti lo avvicinano alla gente che lo vota e rivota.

Il 26 giugno 2003 entra nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti tra il clan di Brancaccio e ambienti della politica locale. Indagine che ha portato all’arresto dell’ex assessore comunale di Palermo, Domenico Miceli, anch’egli dell’Udc, i medici Salvatore Aragona e Vincenzo Greco, e Francesco Buscemi, imprenditore, già segretario dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Il 22 gennaio 2011 la Corte di cassazione conferma in via definitiva la condanna 7 anni di reclusione inflittagli l’anno prima dalla Corte di Appello di Palermo, nonostante la richiesta di eliminazione dell’aggravante mafiosa da parte del procuratore generale.

Il giorno stesso, una domenica, si presenta da solo al carcere di Rebibbia.

Da quel momento qualcosa cambia nell’immagine dell’ex governatore: scompare Totò e diventa il detenuto matricola 87833 Salvatore Cuffaro.

Un uomo devoto, smagrito, autore di due bellissimi libri e poesie. Mai una parola violenta contro i giudici o il sistema giudiziario, mai un’accusa. 

Entra Totò ed esce Salvatore, autore di poesie, libri e lettere. Entra un tracotante politico ed esce un uomo mite e pacifico. Le due vite di Salvatore Cuffaro.

Viviana Mannoia



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