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La Sicilia di Renzi è un pretesto. Deludente intervento del premier alla Festa del Pd. E Crocetta non lo ascolta

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11 set 2016 - 23:55

CATANIA - People have the power di Patti Smith sparata a manetta per attirare l’attenzione sullo spot della campagna per il SI al referendum. E arriva lui, Matteo Renzi. Zampetta lesto sul palco della Festa dell’Unità stravoluta a Catania e comincia lo show, rigorosamente in maniche di camicia bianca. Si conclude così la prima festa nazionale del Pd in Sicilia. Con Renzi ed il suo show in camicia. Che non interessa a Rosario Crocetta.

Il presidente della Regione il suo posto in prima fila lo cede dopo alcune battute iniziali. Il tempo di ricevere i ringraziamenti di rito del Premier: “Grazie a Bianco”. Pausetta. “Grazie a Crocetta”. Si annoia subito. Si alza, volta le spalle agli adoranti nei posti riservati, e raggiunge l’uscita del tendone che ospita Renzi ed i suoi fedelissimi siculi. O forse quella pausetta lo ha infastidito. Fatto sta che fuori si è attardato a dialogare con chi lo avvicinava, protetto da una folta scorta a semicerchio, mentre Renzi parla, parla, parla e lui non ascolta.

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Probabilmente è la solita storia trita e ritrita. Probabilmente sa già il finale. Probabilmente già sa che non ci sarà alcunché di interessante per i siciliani. Ed in effetti la Sicilia non è pervenuta. Della Sicilia non si è parlato. Nel senso che Renzi non ha approfondito alcun tema caldo e, di conseguenza, non ha portato con sé alcuna soluzione, alcun progetto, alcun programma.

L’intervento di Renzi è stato quel che doveva essere: la chiusura di una campagna elettorale, quella che si aggrappa al referendum per il SI.

La Sicilia secondo Renzi è servita come incipit delle chiacchiere e come conclusione a dir poco sconcertante.

Andiamo con ordine. Dopo i ringraziamenti a questo e a quello, dopo “Ma quanto è bella Catania”, “Ma quanto è bello il Giardino Bellini”, “Ma quanto siete belli voi che mi state ascoltando”, ecco quel che tutti non vedevano l’ora di ascoltare… Il primo ricordo che Renzi ha della Sicilia.

Eccolo. “Il mio primo ricordo della Sicilia è legato a mio padre. Grazie a lui, che quando era agente di commercio postale spesso si imbarcava da Napoli con la sua Golf per raggiungere Palermo, ho conosciuto la bellezza delle Madonie e degli altri luoghi che ho avuto la possibilità di visitare”. Da un gruppetto di simpatizzanti con tanto di badge al collo piazzati accanto a noi sfugge un “Estica…”.

Si confonde con gli applausi non convintissimi del fronte più avanzato, quello con le bandiere da sventolare, le mani da spellare qualsiasi cosa dica il leader.

Ancora Sicilia. Dopo il ricordo, i luoghi comuni. Quelli che Renzi vuole respingere. Luoghi comuni che non specifica. Tanto chi ascolta già li conosce. Non soltanto perché in Sicilia è nato, sa quel che sa e quel che gli altri sanno o credono di sapere. Già li conosce perché sta ripetendo quanto detto un giorno prima ad Agrigento, cioè che “dopo avere ascoltato a Bruxelles gli ennesimi luoghi comuni ho preso la decisione di ospitare il G7 del 2017 in Sicilia. Basta coi luoghi comuni che offendono ingiustamente questa meravigliosa terra. Sarà anche un omaggio al presidente della Repubblica, ad un grande siciliano così come Sergio Mattarella. Un vero punto di riferimento, una straordinaria personalità. Grazie Mattarella”.

Un altro ringraziamento. Un passaggio sulle risorse naturalistiche e storiche che dovrebbero essere valorizzate, che rendono la Trinacria seconda a nessuno, ovviamente senza dire come fare, a chi tirare le orecchie e perché ancora non gli sono state staccate. Eppoi la Sicilia scompare. Si entra nel vivo della campagna elettorale. Le dice tutte. A cominciare dalla tragedia del terremoto nel Centro Italia, con un energico mettere le mani avanti. O lavarsene. Fate voi: “Non basterà 1 anno, non basteranno 5 anni. Ci vorrà una generazione per rendere i nostri territori sicuri, capaci di resistere al sisma. Ma ci stiamo affidando alle persone giuste per rimediare. Mi riferisco a Renzo Piano, per esempio”.

Campa cavallo. Lo dice Renzi. Che poi passa con disinvoltura dal terremoto ai 5Stelle. Anzi, fa una sgradevole associazione di idee. Dal terremoto che ha devastato il Centro Italia, al terremoto che sta sconquassando i grillini a Roma. Con malcelata goduria nel tono afferma: “Dopo mesi di accuse infamanti subite dai 5Stelle, dopo avere gettato fango su tutto e tutti, stiamo vivendo una fase in cui quel partito ora è in difficoltà, a disagio. Loro che promettevano massima trasparenza, di fare tutto in streaming, devono avere finito la connessione, i giga. Adesso sono nel buio delle loro stanze e se le danno di santa ragione. Noi sì, che siamo trasparenti”.

E buoni. Buonissimi. Renzi cambia tono della voce. Fa il buon padre di famiglia che educa saggiamente i suoi pargoli. E chiede un favore ai giovani di Classe Dem, il vivaio del partito: “Vi chiedo un favore. Cari ragazzi di Classe Dem vi chiedo un favore. Vi chiedo di non attaccare Virginia Raggi. Noi rispettiamo i nostri avversari. Perché noi del Pd prima del partito mettiamo lo Stato. Mi raccomando, estendo a tutti la richiesta di non attaccare la Raggi, attualmente è il massimo rappresentante della nostra Capitale”.

Applausi. È bello sentirsi buoni. Non con Salvini, però: “C’è chi si permette di indossare la maglia della polizia per farsi bello, di andare sui luoghi del sisma per fare passerella. Tenetevi le vostre camicie verdi e non permettetevi di indossare altro”.

Si passa dalle unioni civili alla legge sull’omicidio stradale; dall’accordo sul clima firmato a Bruxelles a un attacco a D’Alema. Un fiume di perché stradetti, strapubblicati, strasentiti sul perché bisogna votare SI al referendum. Poi, finalmente, riecco la Sicilia. Siamo al gran finale: “Voglio concludere affidandomi a tre grandi siciliani”. Il primo è “Archimede. Ricordate? Datemi una leva e solleverò il Mondo”. La leva di Archimede non è utilizzata per sollevare la Sicilia, però. Renzi la sfrutta per sollevare, ancora, gli affari suoi. Così la leva di Archimede è come “la leva che sta risollevando la scuola. Una scuola che deve essere al servizio degli studenti e se i ragazzi che hanno bisogno di docenti stanno a Nord, si va al Nord a insegnare. Certo, comprendo che bisogna fare sacrifici, ma gli studenti sono più importanti dei docenti”.

Il secondo è “Giorgio La Pira”, il beato nato a Pozzallo che è stato sindaco di Firenze. Lo evoca per dire che “bisogna smetterla di predicare austerità se poi non si arriva a fine mese” e che “l’Europa deve svegliarsi”.

Il terzo è “Pietro Bartolo”, il medico lampedusano protagonista del film documentario di Francesco Rosi Fuocammare che lo scorso febbraio ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Lo utilizza per affermare che “è vero che non si può accogliere senza criterio e che tutto non può gravare sull’Italia, ma per noi gli esseri umani che rischiano di annegare non sono numeri, sono fratelli”.

Altro non dice. Qualche stretta di mano a chi si accalca sotto il palco. Ciao Sicilia.

Alessandro Sofia

Redazione NewSicilia



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