Carcere

“Provenzano libero”, la battaglia dei Radicali sospinta dalle perizie mediche

provenzano
4 ott 2014 - 06:00

PALERMO – Liberare uno dei più temuti e sanguinari boss di Cosa Nostra. Questa è la proposta che divide l’opinione pubblica.

Bernardo Provenzano alias Binnu u tratturi, chiamato così per la facilità con la quale eliminava i propri nemici, è uno dei condannati eccellenti al regime di carcere duro, il tanto famigerato 41 bis. Proprio nelle ultime ore si è riaperto il dibattito, tra garantisti e giustizialisti, sulla possibilità di revocare il regime carcerario duro al boss, ormai 81enne e affetto da tempo da gravi problemi di salute.

Per i medici del’ospedale San Paolo di Milano lo stato di salute del boss Bernardo Provenzano è incompatibile con il carcere. Ieri è stata inviata una relazione al tribunale di sorveglianza di Roma. I magistrati, che dovrebbero pronunciarsi sulla eventuale revoca del carcere duro inflitto al boss, hanno chiesto all’ospedale ulteriori accertamenti e la prossima udienza si terrà il 5 dicembre.

“Il paziente presenta un grave stato di decadimento cognitivo, trascorre le giornate allettato alternando periodi di sonno a vigilanza. Raramente pronuncia parole di senso compiuto o compie atti elementari se stimolato. L’eloquio, quando presente, è assolutamente incomprensibile. Si ritiene incompatibile col regime carcerario”.

Questa la perizia dei medici che traccia un quadro chiaro delle condizioni di salute del boss.

A Roma i magistrati hanno chiesto ulteriori visite mentre a Milano, invece, si è tenuta l’udienza per la sospensione della pena al capomafia. Il collegio si è riservato la decisione.

Per il legale del boss, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, “i medici hanno già certificato che il deficit cognitivo di Bernardo Provenzano è irreversibile, questo ulteriore rinvio mi sembra un modo per eludere una decisione immediata che attendiamo da tempo”.

Secondo le ultime notizie il boss peserebbe soltanto 45 chili e la sua pena più dura è quella di essere ridotto a un vegetale immobile su un letto d’ospedale, nutrito attraverso un sondino. I familiari non possono fargli visita, come prevede il 41 bis e possono soltanto osservare il lento spegnersi di un ex capomafia anziano e malato.

In questi casi il fronte, come di consueto, si spacca tra chi non vorrebbe interrompere la condanna e chi, invece, nel nome di uno Stato di diritto vorrebbe la fine della detenzione per Provenzano.

I Radicali, come sempre in prima linea su questo tipo di battaglie, già dalla scorsa estate hanno avviato una campagna per “liberare” il boss e attirare l’attenzione sulle condizioni di salute dei detenuti, spesso precarie e mal monitorate all’interno dei penitenziari.

NewSicilia.it ha intervistato Gianmarco Ciccarelli, esponente dei Radicali etnei, sulla vicenda Provenzano. “Uno Stato di diritto deve garantire le cure necessarie - spiega - e tenere anche un mafioso in queste condizioni non è un atto di forza ma di debolezza delle istituzioni. È un accanimento che fa male allo Stato”.

L’iniziativa dei Radicali in favore di Bernardo Provenzano si inquadra in una battaglia più ampia per il riconoscimento dei diritti dei detenuti all’interno delle carceri. “C’è un dato della società di medicina penitenziaria - spiega Ciccarelli - che dice che in carcere contraggono malattie quasi il 70% dei detenuti. E parliamo di luoghi in cui entrano tossicodipendenti che non ricevono cure adeguate e anche malati psichici che spesso vedono un aggravarsi delle loro condizioni”.

 

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Andrea Sessa



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