La crisi

Corsi e ricorsi storici (quinta puntata)

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23 feb 2017 - 17:12

In Sicilia, più che in altre regioni dello Stivale, la mala gestio dell’attività socio lavorativa continua a perdurare e a rinvigorirsi dietro il sornione silenzio del Governo nazionale e regionale. Dai recenti dati elaborati dalla Confcommercio, si viene a registrare un aumento vertiginoso di venditori ambulanti, dove a Palermo la percentuale supera il 286,6 per cento e a Catania più 51,3 per cento. È fastidioso parlare, oggi, di fenomeni allarmanti sulla disoccupazione e di quante attività commerciali vanno chiudendo giorno dopo giorno, senza alcuna speranza di soluzione neanche a medio termine, vista la crisi e la stagnazione economica in cui siamo precipitati.

Non volevamo fare ricorso a riferimenti precedenti, perché ne abbiamo fatti tanti, purtroppo ancora una volta ci appare necessario doverli evidenziare per capire anche come potere uscire da questa maledetta situazione.

Con l’avvento dell’Unità d’Italia e precisamene con l’arrivo dei Savoia in Sicilia, vennero compiuti misfatti a non finire, specie con la sottrazione di ingenti capitali finanziari dalle Casse pubbliche siciliane, portando alla miseria la piccola borghesia e alla fame il ceto agricolo ed operaio, tanto da fare indignare anche Governanti di altri Stati, come Napoleone III di Francia il quale, in una missiva al generale Fleury, scrisse: “Ho scritto a Torino le mie rimostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da far ritenere che essi alieneranno tutti gli onesti della causa italiana. Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine, ma gli atti più colpevoli e indegni sono considerati normali espedienti. Un generale di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare cibo quando si recano al lavoro sui campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che vengono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borboni non avevano mai fatto cose simili”.

Un’altra tegola sulla testa dei siciliani, in termini di tassazioni, fu descritta da Carmine Colacino in “La Storia proibita”: “Subito dopo l’annessione, dal governo piemontese furono imposte ai siciliani le seguenti nuove tasse, sconosciute fino a quel momento: imposta personale; tassa sulle successioni; tassa su donazioni, mutui e doti; sulle adozioni; sulle pensioni; tassa sanitaria; sulle industrie; sulle fabbriche; sulle società industriali; tassa per pesi e misure; di esportazione su paglia, fieno ed avena; sul consumo di carni, pelli, acquavite e birra; tassa sulla caccia; tassa sulle carrozze e vetture”.

Ed oggi, quando si va a fare un’ analisi sul territorio isolano di natura socioeconomica, pare, anzi senza “pare”, risulta che siamo tornati indietro di 150 anni. Lo stato attuale, al Governo nazionale non interessa proprio nulla e stupidamente la Regione subisce passivamente ed in modo strafottente. Così i cosiddetti “Cervelli” possono prendere la via di fuga per l’estero, mentre i siciliani normali possono restare nell’Isola a soffrire le pene dell’ inferno e persino costretti ad addossarsi l’etichetta “I siciliani sono tutti mafiosi”; con tutti i beceri “luoghi comuni” di cui la stampa nazionale ci accusa.

Giuseppe Firrincieli

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Redazione NewSicilia



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