Sicurezza

Caos guardie mediche: la consigliera Saverino presenta interrogazione al comune

Ersilia Saverino
Ersilia Saverino
2 mar 2016 - 10:36

CATANIA - L’ennesimo caso di aggressione a un medico di continuità assistenziale non poteva passare inosservato e non mettere sotto la lente di ingrandimento le condizioni di lavoro nelle guardie mediche.

L’aggressione avvenuta a Nicolosi appena una settimana fa, ha aperto un ampio dibattito sulla sicurezza di quello che è un servizio pubblico strategico e indispensabile per l’intera collettività. Per questa ragione, la consigliera del comune di Catania Ersilia Saverino ha presentato un’interrogazione affinché ognuno faccia la propria parte per consentire al medico di continuità assistenziale di poter lavorare in tranquillità: “Per sua natura – spiega la Saverino – questa figura professionale lavora spesso da sola e, in alcuni casi, in luoghi isolati”.

In prima battuta, le condizioni di sicurezza devono essere garantite dall’Azienda Sanitaria Provinciale, che ha 3 mesi di tempo dalla stipula del contratto per effettuare una ricognizione della struttura, assicurandosi che non manchino alcuni requisiti fondamentali: sistemi diretti di allerta con le forze dell’ordine, sistemi di allarme sonoro, sistemi di illuminazione efficienti, soprattutto all’ingresso delle sedi, videocitofoni e sistemi di videosorveglianza con registrazione atti a riconoscere chi si trova all’esterno, porte antisfondamento e grate alle finestre. 

Ma, anche l’amministrazione gioca la sua parte in questa situazione. Secondo il decreto legge 299/99 (decreto Bindi), i sindaci, pur non occupandosi direttamente del sistema sanitario, ricoprono un ruolo di supervisore. Ecco perché, per prima cosa, bisognerebbe verificare se i locali siano di proprietà del comune e, in tal caso, verificare l’esistenza di convenzioni tra ASL e amministrazione. Il secondo passo, quindi, sarebbe accertarsi che le strutture soddisfino i requisiti minimi di sicurezza.

Insomma, come fa notare la Saverino, ognuno deve fare la propria parte: “Molte sedi sono isolate e sparse nel territorio, non consentendo ai medici di lavorare con serenità, in sicurezza ed in alcuni casi anche con carenze sotto l’aspetto igienico. È assurdo che alcuni debbano portarsi l’amico o il marito per sentirsi più tranquilli. Per questo l’amministrazione deve attivarsi e, in questa prospettiva, siamo contenti che l’assessore D’Agata si sia mostrato pronto ad intervenire, assicurandoci che parlerà anche con il prefetto”.

Andrea Lo Giudice



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