Sindacati

Riforma della scuola: la contestazione non va in ferie

scuola
29 ago 2015 - 06:49

CATANIA - La contestazione alla cosiddetta “La Buona Scuola” continua a mobilitare associazioni e sindacati che guardano con preoccupazione e timore una riforma che, se da un lato “promette” immissioni in ruolo più efficaci e dall’altro una maggiore attenzione alla didattica, in realtà sta causando non pochi problemi a migliaia di insegnanti.

Il rischio “deportazione” è stato smentito dal sottosegretario Faraone, che descrive queste immissioni in ruolo come “la più grande assunzione di tutti i tempi”, ma sono 9mila i precari che hanno dovuto scegliere tra la cattedra e la famiglia. 

Per Michele Vivaldi segretario provinciale FLC CGIL “la legge 107 non può essere definita una riforma, si tratta di una semplice riorganizzazione interna delle risorse. Il governo e il ministero avrebbero dovuto avere il senso democratico di ascoltare chi la scuola la vive ogni giorno. Si è andati avanti a colpi di fiducia in Parlamento. Si tratta di una legge iniqua e ingiusta che colpisce tutti, a cominciare dal personale precario. Serviva un piano di stabilizzazione serio non una lotteria nazionale per il ruolo. Si sradicano famiglie al Sud e si sfilaccia il tessuto sociale. Continueremo già da settembre con una serie di iniziative unitarie insieme a CISL, UIL, SNALS e Gilda la mobilitazione contro un abominio incostituzionale“.  

La UIL, tramite il segretario generale Salvo Mavica, promette linea dura contro un governo che ha deciso deliberatamente di ignorare le richieste del personale della scuola, nonostante lo sciopero generale del 5 maggio scorso. Richieste e proposte inascoltate da un governo che ha fatto passare una riforma, importante come quella della scuola. “Premetto – afferma Mavica – che oramai da mesi le proteste e le proposte sono state sempre unitarie e incontrovertibili da parte delle sigle sindacali maggiormente rappresentative del comparto scuola. Si richiede il rispetto della costituzione, della libertà di insegnamento, dell’autonomia degli organi collegiali, alla contrattazione tra le parti il meccanismo di valorizzazione professionale. La legge 107/2015 in molte sue parti contrasta con principi costituzionali e disposizioni normative e contrattuali. Ciò avviene, ad esempio, nel momento in cui essa lede la libertà d’insegnamento, crea un’autorità salariale nella figura di una sola persona (caso unico nei rapporti di lavoro pubblici), introduce meccanismi di valutazione individuale a cui conseguono premi in denaro che, in quanto elementi di natura salariale, sono da disciplinare in sede contrattuale. A tali principi costituzionali e a tali disposizioni normative e contrattuali, di cui la legge 107 non ha sancito in alcun modo il superamento, è pertanto possibile fare riferimento nell’adottare comportamenti rivolti a salvaguardare un’idea di scuola fondata su partecipazione, collegialità e condivisione. Alle richieste e sollecitazioni alle forze politiche ed ai responsabili del MIUR seguiranno le impugnative davanti al Giudice competente per le parti della legge che si ritengono anticostituzionali; nel frattempo, in attesa che si pronuncino i giudici, si ritiene che i Dirigenti Scolastici, i Docenti, il personale ATA, i Genitori, gli Studenti possano e debbano far valere fino in fondo le prerogative di cui sono titolari attraverso azioni coordinate e mirate, perfettamente legittime, purché attuate nel rispetto delle leggi, del contratto e degli spazi concessi alla libera determinazione delle persone e degli Organi Collegiali. A tal fine, fermo restando il doveroso rispetto dell’autonomia professionale dei docenti e del personale ATA e di quella degli organi collegiali di governo della scuola nelle loro deliberazioni, come forze sindacali, preposte, alla tutela e difesa dei lavoratori proponiamo alcune indicazioni di possibili e pienamente legittimi comportamenti, con lo scopo esclusivo di evitare che la legge 107 possa arrecare grave pregiudizio alla professionalità docente e alla libertà d’insegnamento, cosa che avverrebbe se la sua applicazione fosse rimessa a un indirizzo dirigistico e autoritario e non autorevole, monocratico, estraneo, fino ad oggi, alla cultura della scuola italiana. La parte cioè della buona cultura considerata come mezzo e punto di forza utile e necessaria per il percorso formativo degli alunni.

Intanto è fissato per il 1° settembre il  sit in, che di fatto apre le proteste di quest’autunno che si prospetta bollente, davanti al Provveditorato in via Coviello a Catania”. 

I Cobas si sono riuniti ieri mattina in una giornata di incontri e tavoli di lavoro, per decidere come agire sin da subito. Nino De Cristoforo e Patrizia Russo, relatori dell’incontro, hanno sollevato importantissime questioni che riguardano il futuro della scuola e la condizione di chi vive da oltre trent’anni il precariato della scuola e che ora si trova ad accettare un trasferimento pur di passare di ruolo.

“La buona scuola – afferma De Cristoforo – è stata approvata nonostante lo sciopero plebiscitario dei docenti e del personale ATA, che hanno manifestato in maniera chiara d’essere contrari a questo cambiamento in negativo che ci sarà; nonostante ciò il governo è andato avanti. Noi non crediamo che la partita sia conclusa; la scuola prospettata dalla legge 107/2015 non può e non potrà funzionare, né considera la scuola come strumento di crescita sociale e di ascesa sociale. Per questo da settembre utilizzeremo tutti i mezzi a nostra disposizione per rimettere in discussione la legge 107; facciamo appello a tutti i sindacati per continuare a proseguire una mobilitazione unitaria; pensiamo che un segnale forte lo dovranno dare le RSU nelle varie scuole; proponiamo di attivare insieme un procedimento per un referendum abrogativo della parte peggiore della legge 107; proponiamo di muoverci verso un’altra mobilitazione nazionale per far sì che la scuola torni ad essere la scuola della Costituzione”. 

La riforma ha deliberatamente ignorato le esigenze dei docenti, ed avrà dei costi sociali altissimi. Forse il governo ignora che la maggior parte della classe docente inserita nelle Gae (Graduatorie ad esaurimento ndr) è composta di donne, spesso tra i 40 e 50 anni, che hanno genitori anziani o figli piccoli. Costringere queste persone a scegliere tra doveri familiari e il passaggio di ruolo è inaccettabile; forse ignora che lo spostamento in altre regioni ha dei costi materiali non indifferenti; forse ignora che gli stipendi che percepiamo non consentono l’affitto di una casa a Milano e l’invio di altri soldi a casa per il sostentamento della famiglia“. Le dure parole di Patrizia Russo, che da anni vive la condizione cronicizzata di precaria della scuola, si rispecchiano nelle tante storie di docenti di tutto il Paese alle prese con questa riforma che, più della scuola, riguarda le vite di tanti docenti e di tante famiglie.

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Viviana Mannoia



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