L'intervista

Le nuove sfide dalla scuola 2.0 tra precariato, integrazione e…smartphone. La parola al provveditore Emilio Grasso

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8 set 2017 - 06:01

CATANIA – Il tema della “Scuola” è uno di quei temi in grado di suscitare sempre vivaci discussioni. Se poi, come accade in Italia da anni, ad ogni ministro dell’Istruzione corrisponde una nuova riforma, diventa fin troppo facile ritrovarsi a commentare “grazie” e “disgrazie” del nuovo “restyling” (quasi sempre peggiore del precedente), alimentando un dibattito vecchio quanto l’alfabeto.

La linea secondo cui “a ciascun ministro la sua riforma” – seppur orientata verso obiettivi di efficienza e perfezionamento del sistema – rimanda all’infinito quell’equilibrio che si auspica da tempo e continua a lasciare in sospeso centinaia di migliaia di persone che nell’universo scuola credono ancora e che sperano – dopo anni di sudore e sacrifici – di trovare la loro “collocazione” definitiva.

A poco meno di una settimana dall’inizio del nuovo anno scolastico ci siamo chiesti cosa dobbiamo aspettarci, cosa è cambiato rispetto all’anno scorso, quali sono le nuove sfide che la scuola si trova a dover affrontare. Le risposte ci sono arrivate dall’avvocato Emilio Grasso, provveditore agli Studi della provincia di Catania.

“La legge 107/2015 – spiega il provveditore – ha rinnovato moltissimi aspetti fondamentali che riguardano temi di estrema importanza per la scuola. Faccio riferimento ai progetti nazionali, alla dispersione scolastica, al piano digitale, alla formazione degli insegnanti e, soprattutto, al piano assunzionale degli insegnanti precari. Sono tutti temi che hanno richiesto un adattamento non indifferente e comportato un’enorme mole di lavoro. Il nostro ufficio, peraltro, patisce il mancato ricambio generazionale tra chi va in pensione e chi dovrebbe subentrare. Negli ultimi anni, infatti, si è cercato di ‘attenuare’ i compiti dell’ufficio in vista di una successiva chiusura dello stesso, ma i compiti e le mansioni svolte da questo ufficio ricoprono, a tutt’oggi, un ruolo primario per il comparto scuola. La conseguenza è che ci troviamo ad affrontare l’avvio dell’anno scolastico in continua emergenza. Si pensi che quest’anno, per le assegnazioni provvisorie delle sedi, ci siamo ritrovati a gestire migliaia di domande in appena quindici giorni, per consentire – soprattutto a coloro che si trovano fuori dalla provincia di Catania, o addirittura nelle province del nord Italia – di avvicinarsi a casa. Sarebbe opportuno che, per un ordinato avvio dell’anno scolastico, si provvedesse a una implementazione del personale o quantomeno alla semplificazione delle procedure. Il contratto di mobilità della scuola, ad esempio, è un contratto molto complesso, che comporta spesso deroghe e rettifiche che fanno allungare i tempi, talvolta proprio a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico”.

Proprio in tema di mobilità, saranno circa mille gli insegnanti che, quest’anno, avranno accesso alle cosiddette “assegnazioni provvisorie”, cioè alla possibilità di prestare servizio per un anno scolastico in una scuola diversa da quella di titolarità o di incarico triennale senza, però, modificare la titolarità del docente. In soldoni, un migliaio di insegnanti torneranno (o si avvicineranno) a casa. 

“Nella nostra provincia – spiega Grasso – la popolazione scolastica è diminuita di circa 2.000 unità ed è aumentato il numero degli studenti disabili. Questo ha comportato un mantenimento dei posti comuni in organico ma un notevole incremento dei docenti di sostegno. Abbiamo ricevuto migliaia di richieste di assegnazione provvisoria nella provincia di Catania e circa un terzo delle domande hanno avuto esito positivo. Oltre il 90% degli insegnanti che hanno ottenuto l’assegnazione provvisoria sono insegnanti di sostegno. È necessario far sì che aumenti il numero di docenti specializzati per affrontare nel migliore dei modi le contingenze che la scuola si trova ad affrontare”.

Spostandoci più specificamente sul ruolo del docente nel processo educativo dei ragazzi sempre più spesso (e nostro malgrado), si assiste a un inasprimento dei toni tra genitori e insegnanti, questi ultimi accusati delle più impensabili nefandezze e malvagità nei confronti dei figli. Ebbene, l’insegnante non rappresenta più quel prolungamento della figura genitoriale che era una volta o semplicemente sono cambiate le regole del vivere in società? Il professore burbero e autoritario che faceva tremare i banchi con un solo sguardo quasi non ce lo ricordiamo più. Ma a cosa ci stiamo abituando adesso?  

Secondo il provveditore “il ruolo dell’insegnante negli ultimi anni non è stato tenuto nella giusta considerazione e questo credo derivi da un decadimento generale di alcuni valori portanti. Vedere la figura dell’insegnante come una figura di riferimento è molto importante. Se viene svilito il ruolo dell’insegnante e il lavoro che svolge quotidianamente si rischia la deriva, come troppe volte accade. Tante situazioni andrebbero semplicemente gestite con quella buona dose di buon senso che ciascuno di noi dovrebbe sempre avere. Quando ciò non accade anche episodi trascurabili possono diventare motivo di lite, di querela o, nei casi più gravi, di minaccia verbale o fisica. Devo dire che, al di là dei casi limite, i genitori sono molto più presenti e coinvolti rispetto al passato nella vita dei propri figli anche dal punto di vista scolastico, il ché è senz’altro un elemento positivo e stimolante.

L’imponente fenomeno migratorio che interessa la Sicilia coinvolge sempre più l’universo scuola con decine di giovani extracomunitari che chiedono di essere ammessi a scuola. Siamo pronti per questo tipo di integrazione o abbiamo ancora strada da fare?

“Devo dire che nella provincia di Catania – spiega l’avvocato Grasso - non si sono registrati episodi di proteste per la presenza di extracomunitari. Rispetto ad altre province come Ragusa e Siracusa – dove la presenza di studenti extracomunitari è più massiccia e dove in effetti si sono registrati casi di protesta – non ci siamo mai trovati a dover fronteggiare situazioni del genere. È nostro dovere garantire l’istruzione dei ragazzi e non dobbiamo dimenticare che si tratta di un diritto. Il problema, semmai lo fosse, riguarda solo l’inserimento ad anno scolastico già cominciato ma questa è una circostanza che può riguardare in ugual misura extracomunitari e italiani. In ogni caso riusciamo sempre ad assicurare la frequenza scolastica”.

Per concludere: cellulare sì, cellulare no. Giusta l’apertura ai mezzi tecnologici, ma a che prezzo? Secondo il ministro Fedeli è giusto promuovere “un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche”. A questo punto la domanda sorge spontanea: in una scuola 3.0, proiettata verso nuove e sofisticate tecniche di didattica, dotata delle più moderne tecnologie (si pensi ai tablet, divenuti ormai strumenti di uso quotidiano o alla lavagne multimediali di cui molti istituti sono dotati) è davvero così necessario il telefonino in classe? Le “esigenze didattiche” di cui parla il ministro non possono dirsi già ampiamente soddisfatte?  

“Per quanto mi riguarda dobbiamo scindere l’utilizzo del cellulare per motivi personali da quello per motivi didattici. Se può essere inquadrato come uno strumento didattico ben venga. Penso anche, però, che la scuola metta già a disposizione degli studenti moltissimi strumenti di supporto. Tablet e computer hanno arricchito moltissimo gli istituti e mi chiedo se il cellulare non sia un eccesso. Se il docente è in grado di monitorare e gestire l’effettivo utilizzo che si fa dello smartphone non ci vedo nulla di male, ma come fa un insegnate a verificare che tutti gli studenti stiano utilizzando il cellulare nel modo corretto?”.

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Marco Bua



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