Vuoto infernale

Morte dei figli: genitori a confronto con il dolore. Come si sopravvive?

disperazione
29 mar 2017 - 06:35

CATANIA - Secondo la legge della natura, i figli dovrebbero vedere i genitori finire la loro vita dopo averci accompagnato in questo lungo viaggio… dovrebbero perché sempre più spesso sono proprio i genitori a vedere morire i propri “bambini”

Tanti, troppi, gli incidenti stradali che ogni giorno si verificano nelle nostre strade. Nella maggior parte dei casi, a perdere la vita, in un soffio, sono proprio i giovanissimi. 

La morte di una persona a noi cara lascia un vuoto incolmabile. La disperazione per la perdita di un figlio ancor più sconvolge l’esistenza di un familiare. 

Come ci si riprende dalla perdita di un caro? Come si possono rimarginare certe ferite? 

Lo abbiamo chiesto ad una specialista, la dottoressa Valentina La Rosa, psicologa e psicoterapeuta di Catania. “La morte di un figlio, soprattutto di giovane età, è sempre vista come un evento traumatico con carattere di non naturalità. Un genitore non si aspetta di dover seppellire il proprio figlio casomai dovrebbe essere il contrario. C’è già un elemento traumatico in sè che è la perdita di una persona cara a cui poi si aggiunge questo carattere di imprevisto che, generalmente, non è nell’ordine delle cose”.

“La morte è uno di quegli eventi con cui ci si confronta quotidianamente ed è ciò che più angoscia l’essere umano - continua la dottoressa La Rosa -. Un genitore che si trova ad affrontare la perdita di un figlio si trova a dover compiere un vero e proprio lavoro. In psicoanalisi o in psicologia in generale si parla proprio di lavoro di elaborazione del lutto che richiede un percorso che può essere anche lungo in certi casi essendo delle morti parecchio traumatiche dato il confronto con qualcosa di imprevedibile”.

Si può “superare”, in un certo senso, la morte di un figlio?

Generalmente non si supera la morte di un figlio, si impara a convivere con il dolore. Si arriva ad una accettazione dell’evento che porta a mobilitare le proprie risorse per continuare a vivere in qualche modo. Se poi è presente una rete di supporto attorno alle famiglie coinvolte, come per esempio altri figli, questo è già uno stimolo per poter andare avanti. Se la famiglia, invece, si ritrova da sola, priva di supporto ad affrontare il dolore, è difficile uscirne e in questi casi è frequente la possibilità di precipitare in depressioni gravi oppure in spaccature all’interno della famiglia quali separazioni e divorzi. Il tutto perché non è possibile affrontare il lutto in maniera adeguata”.

In questi dolorosi casi, è d’aiuto recarsi da uno specialista?

“Sicuramente lo psicologo o lo psicoterapeuta è una persona che lavora in questo campo proprio perché l’elaborazione del lutto è un lavoro. In alcuni casi, le persone coinvolte, hanno già delle risorse per poter affrontare un lavoro del genere. In molti altri casi ci sono delle situazioni di fragilità o delle situazioni particolarmente traumatiche. È opportuno quindi rivolgersi ad uno specialista che possa aiutare in questo percorso perché da soli è difficile. Ci si può riuscire se si è in possesso di una buona rete sociale di supporto, però in molti casi, la cosa migliore è rivolgersi ad un professionista che possa accompagnare il paziente in questo percorso dell’elaborazione del lutto”.

Capita che spesso a perdere la vita siano dei ragazzi figli unici. I genitori, in questo caso, come possono colmare il vuoto di quel solo figlio? È consigliabile, se ancora nell’età fertile, di mettere al mondo un altro bambino? 

“Quelle sono delle scelte molto soggettive, la cosa importante è che l’altro figlio non diventi una sorta di sostituto del figlio che è venuto a mancare. Ogni figlio deve essere frutto di un desiderio particolare perché se il figlio si ritrova poi a riempire il posto vuoto lasciato da un’altra persona che non c’è più, vivrà poi con questo peso per tutta la vita. Non è raro poi sentire storie di persone che, a una certa età, sviluppano forme di disagio e di sofferenza legate a questo motivo. Si portano dietro il peso di aver riempito un vuoto che si era creato nella famiglia. Il figlio deve arrivare quando c’è un desiderio da parte della coppia ma che sia quel figlio e non il sostituto dell’altro. Nei casi di figli unici è importante in primo luogo che la coppia investa sulla relazione per poi poter ripartire in una progettualità futura eventualmente con altri figli. Ma l’avere un altro figlio subito dopo la morte del precedente non è un antidoto al lutto“.

Nei casi in cui i giovani venuti a mancare fossero già genitori di bambini, come si spiega loro la scomparsa prematura del proprio componente familiare? È meglio “nascondere” la perdita o raccontare loro la verità?

“I bambini in realtà sono molto più sensibili di noi adulti. Capiscono che qualcuno è venuto a mancare quindi bisogna solo aspettare il momento giusto e creare le condizioni adeguate per parlarne. Nascondere la verità non ha senso. Ai bambini bisogna raccontare quello che è successo trovando il modo più giusto senza causare traumi perché rendersene conto poi da soli è più deleterio. Bisogna trovare spazi, parole e momenti giusti… magari con l’aiuto di un professionista che può eventualmente sostenere la famiglia ad aiutare i bambini ad elaborare questi lutti”.

Nello specifico, uno psicologo o uno psicoterapeuta, che lavoro va a compiere nella mente di questi familiari che hanno subito un lutto?

Nel caso della psicologia il nostro lavoro si basa sulla parola. Il paziente ha uno spazio in cui poter mettere in parole il proprio dolore e questo ha già un effetto terapeutico. Spesso queste persone non hanno qualcuno con cui confrontarsi o parlare del dolore che provano. Quando il dolore non viene espresso a parole, infatti, trova altre forme di comunicazione come somatizzazione, depressione, etc. Quindi avere già uno spazio in cui poter parlare e mettere in parole quello che ci fa soffrire ha già di per sé un effetto terapeutico. Naturalmente in questi casi sono dei lavori lunghi che richiedono diverso tempo. Il risultato finale è sempre una forma di accettazione dell’evento“.

Dunque, bisogna armarsi di forza e di speranza e riuscire a convivere con il proprio dolore senza farsene schiacciare. 

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Rossana Nicolosi



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