Cinema

Fuorigioco di Davide Vigore: una storia che fa riflettere

Davide Vigore
23 mar 2017 - 06:35

PALERMO - Una storia, un racconto davvero particolare che mostra come la popolarità tutto ti dà e in un colpo di spugna tutto ti toglie. Nella vita questo rischio è sempre molto alto e noi esseri umani siamo spesso inconsapevoli del fatto che inseguire la gloria e la popolarità a tutti i costi non sempre porta al frutto sperato. Spesso anzi ti porta a perdere quello che avevi prima e a rimanere senza nulla.

Maurizio Schillaci, nato a Palermo da una famiglia di umili origini e cugino del celebre Totò, era anche lui un calciatore, un fuoriclasse secondo alcuni. Comincia a giocare a pallone per le strade del rione Capo e viene notato dal Palermo che lo arruola nelle giovanili. Dopo un po’ Zdenek Zeman, suo grande estimatore, lo porta al Licata dove in poco tempo diventa un vero e proprio leader della squadra segnando circa 30 gol in tre anni. L’allenatore boemo dice che è talmente bravo da poter andare a giocare in una grande squadra e così va alla Lazio, che allora militava in serie B. Da Licata a Roma, un salto triplo. Maurizio vive il suo periodo di grazia, la sua carriera sembra sul punto di esplodere con un contratto a sei zeri e comincia ad avere tutto, soldi, ville di lusso e tante auto. Insomma, una vita perfetta.

Poi però le cose non vanno più per il verso giusto. Maurizio subisce un infortunio, ha un tendine bucato che i medici scambiano per un semplice stiramento. Così a fine anno va a Messina dove gioca suo cugino e dove si accorgono del problema, ma non è più quello di prima e quando passa alla Juve Stabia avviene l’incontro nefasto con la droga. Maurizio finisce due volte in carcere, divorzia dalla moglie, perde i contatti con le due figlie e si lascia andare. Tornato a Palermo, il celebre cugino lo fa lavorare nella sua scuola calcio, ma i genitori dei bambini non gradiscono la sua presenza in quanto ex tossico e molla. Adesso ha perso tutto ed è un clochard che chiede l’elemosina per le strade di Palermo e trascorre la notte dormendo nei treni fermi alla stazione centrale. Una caduta repentina dal paradiso della popolarità e della bella vita all’inferno della solitudine e dell’emarginazione.
Fuorigioco

Maurizio Schillaci

Questa commovente storia è divenuta un docufilm, Fuorigioco, scritto e diretto da Davide Vigore, giovane regista ennese, insieme al giornalista Domenico Rizzo, e portato in scena la prima volta l’1 dicembre 2014. Davide, che da qualche anno vive a Palermo, ha incontrato Maurizio casualmente per le vie della Vucciria. Dopo un po’ hanno iniziato a parlare e fidandosi l’uno dell’altro, hanno deciso di dare alla luce questa splendida opera cinematografica che fa riflettere tantissimo.

La caduta di Maurizio assume diversi significati. Spesso non è facile capire cosa si prova ad avere successo, popolarità e avere tante persone accanto che ti idolatrano e poi perdere tutto questo e ritrovarsi soli e abbandonati. “Maurizio aveva un talento innato e giocare a calcio gli è riuscito sempre perfettamente – commenta Davide -. L’infortunio è stato un duro colpo per lui perché non aveva altre possibilità per lavorare e le conseguenze della perdita di quello che aveva guadagnato sono state letali. Uno dei punti di forza del film è proprio questo specie nel momento in cui lui si ritrova solo in mezzo alla folla di sera al centro di Palermo. La solitudine immersa nella folla fa più male di quella tra le mura di casa”. Il luogo in cui il protagonista di questa storia trascorre la maggior parte del suo tempo, la stazione di Palermo, si presta a tante interpretazioni, spesso romantiche. In questo caso però è vista come un labirinto pieno di rimpianti e rimorsi nel quale Maurizio guarda le persone che viaggiano pensando che potrebbe prendere il treno come loro. Un pilastro del film secondo l’autore: “Le stazioni hanno sempre un fascino particolare in quanto luoghi di smistamento in cui passano tante persone pronte a viaggiare per raggiungere i propri obiettivi. C’è una visione onirica in questo perché Maurizio mentre guarda i treni sogna di salire in uno di essi per partire ma nello stesso tempo sente che è un sogno che rimane tale e non si avvera”. 

Ma un altro elemento fondamentale in questa particolare storia è l’insegnamento che offre a ognuno di noi, ovvero quello di non pretendere mai troppo dalla vita, perché spesso nel tentativo di inseguire la gloria e la bella vita, tutto ad un tratto possiamo ritrovarci soli e senza niente e nessuno accanto: “Un film può avere una funzione terapeutica per indagare se stessi – conclude Davide –. La solitudine immersa nella folla è una condizione che mi fa riflettere perché sono spesso in viaggio e un mio intento è anche quello di esorcizzare alcune paure della gente. Il mio lavoro mi porta spesso a viaggiare e a conoscere persone e questo mi dà molta tranquillità, mentre l’ambientazione in Sicilia è molto importante perché fa capire come la nostra terra sia bella, ma al tempo stesso disgraziata, come una bella donna che ti attira molto, ma che non ti dà tutto. La tracotanza nella vita è sempre una cosa che ti penalizza, e in questo caso ha penalizzato Maurizio che ha fatto un percorso inversamente proporzionale rispetto a quello di suo cugino Totò, ma nell’ambito della cinematografia ha un suo fascino che io sfrutto nel migliore dei modi perché in essa ci sono tante sfaccettature. I personaggi spesso vengono visti come buoni o cattivi, quando in realtà c’è una via di mezzo in loro. Maurizio ha subito un torto dalla vita, si è rifugiato nella droga che l’ha portato alla condizione attuale e così è un antieroe che però per me ha un qualcosa di fascinoso e così è diventato protagonista del mio film”.

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Giuliano Spina



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