Giustizia

Delitto di Gela, “Medea” siciliana rischia l’ergastolo

redim
31 dic 2016 - 05:39

Che gran malanno è l’amore per l’uomo… quando l’offesa è nel suo talamo, cuore non c’è più della sua sposa sanguinario. Per il male che mi fa, la stessa pena troverà il mio consorte… dei suoi figli perseguirò la strage, li ucciderò, morir dovessi io stessa“. Sembra proprio di ripercorrere la violenza e lo sconforto che calcano la nota tragedia di Euripide, nell’efferatezza e nelle motivazioni del gesto compiuto da questa “Medea” siciliana – Giuseppa Savatta insegnante di sostegno – che, con la voce rotta da un pianto inconsolabile, ha dichiarato ai carabinieri di aver ucciso le figlie, rispettivamente di nove e sette anni, soffocandole con le sue mani. La donna ha confessato di aver esercitato una forte pressione sulla gola delle sue bimbe, Maria Sofia e Gaia, fino a provocarne la morte.

Volevo evitare che soffrissero dopo la separazione da mio marito” ammette la mamma di 41 anni, lo stesso marito che l’ha salvata da un immediato tentativo di suicidio per il quale la Savatta si trova tutt’ora ricoverata all’ospedale “Vittorio Emanuele” di Catania, piantonata dai carabinieri in stato di arresto.

L’uomo, Vincenzo Trainito, ingegnere e docente di 48 anni, in stato di choc dopo aver trovato i corpi senza vita delle due piccole vittime, è riuscito a bloccare la moglie mentre si dirigeva verso il balcone di casa nel disperato tentativo di buttarsi giù, dopo aver provato, invano, ad impiccarsi con il tubo della doccia.

Trainito ha ammesso che, più volte aveva minacciato la moglie di volerla lasciare, stanco dei continui litigi e di un rapporto teso e pieno di contrasti ma ha precisato, altresì, che non avrebbe attuato realmente alcun proposito di questo tipo. La donna è, adesso, accusata di duplice omicidio volontario con l’aggravante del rapporto di discendenza.

Episodio che ricorda l’altrettanto doloroso duplice omicidio, commesso tre anni prima – ironia della sorte – sempre a Gela, da Vanessa Lo Porto una casalinga trentenne che, dopo la separazione dal marito, aveva annegato i figli di nove e due anni, non riuscendo a sopportare la notizia della diagnosi di autismo per entrambi. Così come la Savatta, la donna aveva poi tentato il suicidio ma era sopravvissuta. Per lei, il proscioglimento per infermità mentale.

Per Giuseppa Savatta, lo psichiatra ha paventato l’ipotesi che si tratti di un soggetto affetto da personalità bipolare, mostrandosi come cittadina modello in società ma apparendo possessiva e aggressiva nel privato. Nessun certificato medico ha mai, tuttavia, confermato una eventuale patologia clinica della donna, per quanto sia i vicini sia il marito abbiano parlato agli inquirenti di uno stato depressivo che la signora Savatta manifestava da anni con comportamenti definiti “strani”.

Quale sarà, pertanto, l’epilogo giudiziario di questa crudele vicenda, qualora nulla dimostrasse che Giuseppa Savatta abbia agito oppressa da una infermità psichica mai clinicamente suffragata? Il reato di omicidio di cui all’articolo 575 del codice penale condanna con la reclusione non inferiore ad anni ventuno, l’azione di chi cagiona la morte di qualcuno. Ai sensi degli articoli 576 e 577 c.p., si applica la pena dell’ergastolo in presenza di alcune circostanze aggravanti tra cui, nella specie, l’aver commesso il fatto contro il discendente e, nel caso l’autopsia accertasse che la morte sia stata provocata dall’ingerimento della candeggina e non dal successivo soffocamento, si applicherebbe anche l’aggravante dell’utilizzo di un mezzo venefico.

Se ultimamente si è tanto parlato di una maggiore tutela delle donne a cagione dell’aumentato numero dei femminicidi, sconcertanti sono i dati che riportano l’uccisione di circa trecento bambini negli ultimi dieci anni ad opera degli stessi genitori. Secondo l’Associazione Meter Onlus, impegnata nella lotta alla pedofilia e nella tutela dell’infanzia, si tratta di un fenomeno che passa spesso sotto silenzio e che trascura quanto situazioni di squilibrio come una separazione o altri conflitti, siano forieri della consumazione di orrori tra le stesse mura domestiche, in cui i genitori diventano assassini e i figli vittime innocenti di disagi familiari.

È evidente che la privazione del bene supremo della vita, quale diritto indisponibile e valore assoluto della persona, implicitamente garantito dall’articolo 2 della Costituzione come diritto inviolabile dell’uomo, dovrebbe ricevere la giusta e proporzionata risposta giudiziaria che trovi nella massima asprezza punitiva, l’adeguato contraltare ad un fatto caratterizzato da particolare disvalore. E ciò, anche in risposta alla discutibile tendenza del nostro ordinamento di ridurre la durata media della pena per omicidio volontario a fronte di un codice che commina, invece, una punizione piuttosto severa, con il risultato che la porzione di pena poi effettivamente scontata in carcere è ben lontana dalle prescrizioni normative.

Fermo restando che sarà oggetto di scrupolose indagini, la necessità di accertare se l’uccisione di Maria Sofia e Gaia sia stata la conseguenza di uno stato confusionale momentaneo della Savatta per il timore di essere abbandonata dal marito, o se, piuttosto, si sia trattato di un raptus dovuto ad una malattia mentale incautamente non diagnosticata, sarebbe opportuno che delitti di tale specie ricevessero una deterrenza evidente e, trovassero, concreta risposta nell’ergastolo, nel quel “fine pena mai”, a riprova della ferocia che spesso colpisce i bambini nello stesso ambiente in cui dovrebbero ricevere maggiore protezione, la famiglia.

Avv. Elena Cassella del foro di Catania

Redazione NewSicilia



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