Politica

Crocetta, il Presidente che ha capito tutto. Tranne i disastri che ha combinato

Crocetta
5 nov 2015 - 06:00

SICILIA - Dire che siamo alla farsa è ormai un dolce eufemismo. Constatare che siamo alla disperazione è quasi ottimistico. Prendere coscienza che purtroppo non abbiamo ancora toccato il fondo è anche più amaro. Ma cosa dovranno sopportare, ancora, questa martoriata terra e i suoi bistrattati abitanti? Quando rialzeremo la testa, in uno scatto d’orgoglio e di ribellione, per dire basta? Quali altri sacrifici dovremo affrontare prima di riappropriarci di quella dignità che ci hanno rubato insieme alla speranza?

Un tempo ci bastavano il sole ed il mare per distinguerci. Adesso il mare lo abbiamo, nelle strade, quando non c’è il sole. Anche il clima ci ha voltato le spalle. O forse il buon Dio ci sta dando quello che meritiamo. Forse anche lui vorrebbe che la smettessimo di porgere l’altra guancia. Sempre e comunque. E, seppur nello spirito cristiano, ci chiede una reazione forte per riconquistare ciò che ci spetta. Che poi, a dire il vero, noi siciliani, ci accontentiamo di poco: ci basta il minimo, anche quello, rubato insieme alla speranza.

Vediamo i nostri figli andare via, scappare da questa isola sempre più desertificata. Quando non siamo addirittura noi stessi a stimolarli ad emigrare, sperando per loro in un futuro migliore. Assistiamo inermi a ponti che crollano dopo qualche settimana dalla loro inaugurazione. E lì non c’entrano né il maltempo né il buon Dio. Ascoltiamo quotidianamente slogan ricchi di prospettiva e vuoti di concretezza. Ci lasciamo illudere da falsi paladini della giustizia e dell’antimafia. Eppoi ci svegliamo. Ma senza reagire.

Chi ha governato la Sicilia negli ultimi decenni ha lasciato il segno, in negativo. Chi ci guida, da tre anni a questa parte, ha avallato il detto che “al peggio non c’è mai fine”. Eletto il 28 ottobre del 2012 da appena il 47,42% dei siciliani aventi accesso alle urne Rosario Crocetta, da Gela, si è subito dichiarato certo di riuscire a riconciliare i siciliani con la politica: si è presentato come il salvatore della legalità; il rivoluzionario pronto a cambiare volto all’isola; l’apostolo che professa il credo della sostanza. Oggi, a tre anni di distanza dalle promesse, la Sicilia è una barca alla deriva con Schettino al timone.

Anzi no. Lui non abbandona la nave. Il Presidente non può. Più e meglio di un capitano non scappa con la prima scialuppa. Lo fa per noi siciliani. Mica per la bulimia di potere. Men che meno per quei quattro soldi che percepisce con lo stipendio che (a parole) si è più che dimezzato. Lui che è stato il primo presidente d’Italia ad avere abolito (a parole) le Province; lui che con gli spostamenti e le rotazioni dei dirigenti generali (non tutti ma quasi, ci mancherebbe…) ha sconfitto (a parole) la corruzione; lui che ha fatto dell’antimafia la sua bandiera salvo poi far fuori magistrati e figli di magistrati, leggasi Marino e Borsellino, per farsi inguaiare da Tutino (e non certo per trovare la rima…); lui che ha fatto della Formazione il fiore all’occhiello di un’isola da riformare; che ha dato ai giovani il sorriso, nel senso che ha fatto ridere la pessima organizzazione, o meglio il flop, del suo governo sul Piano Giovani; lui che, col suo esecutivo non ha mai azzeccato una legge importante che non sia stata contestata e rispedita al mittente; lui che sacrifica nottate a trovare gli equilibri di governo e che è sempre alla moda tanto da rinnovare le sue giunte ad ogni stagione, proprio come il cambio del guardaroba. Di assessori ne ha cambiati più di quaranta nella stessa legislatura. Forzando anche la mano; facendosi sconfessare dai suoi stessi soci di governo; lasciandosi contraddire dai passi indietro di chi si è sentito indesiderato dagli alleati. Un fiume in piena, il Presidente. O, forse un… Fiumefreddo. Nel senso di calcolatore, ma coi conti che quasi mai gli sono tornati.

Lui, però, ha capito tutto. Ha compreso che non ci sono più partiti in Sicilia degni di tale nome. Non esiste la politica. Non esistono valori. Esistono solo dei tronisti, per usare un neologismo legato al mondo dello spettacolo, tanto caro al Presidente. Dei voltagabbana, incollati alle poltrone, che amano essere corteggiati da sudditi ridotti alla fame e privati della dignità. E che per mantenere quella posizione di privilegio non provano vergogna a cambiare casacca e a sostenere l’insostenibile. Solo su questi quaquaraqua Crocetta poteva contare per resistere così a lungo alla guida di una Regione. E lui lo ha capito.

Per ripercorrere tutti gli errori fatti da Crocetta, in tre anni che sembrano secoli, ci vorrebbero fiumi di inchiostro; per rievocare tutto ciò che gli hanno vomitato addosso coloro che adesso gli siedono al fianco occorrerebbero scorte infinite di anti nauseanti. Ma tant’è. È tempo suo, loro. E chi ritiene che questo governo sia ormai alla frutta non ha fatto i conti con l’oste. Chi potrebbe sfiduciarlo sa i “rischi” che corre: un Parlamento siciliano che, per legge di riforma, metterà certamente fuori già 20 dei 90 presenti. Di questi ben pochi, se i siciliani avranno davvero uno scatto d’orgoglio, rimetteranno piede a Palazzo dei Normanni. Perché, allora, fuggire dalla possibilità di altri due anni, gli ultimi, di “stipendificio d’oro”. Lui lo sa. Sa tutto questo il Presidente. E dorme tranquillo. Lui. I siciliani con meno serenità. Ma dormono anche loro. Attenzione, però: prima o poi dovranno svegliarsi.

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Sergio Regalbuto



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