Riforma

La Buona Scuola: diventare insegnanti, una strada tutta in salita

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25 ago 2015 - 06:23

CATANIA – Il decreto di riforma della scuola, approvato in via definitiva, ha cambiato e non poco il destino di chi ha scelto un futuro da insegnante. Difficile orientarsi in questi ultimi giorni di una turbolenta estate per l’istruzione italiana, tra proteste e divisioni.

Ma cosa dice la riforma? Dopo il 2015-2016, quando sarà ristabilita la regola dell’assunzione solo per concorso, l’abilitazione all’insegnamento diventerà centrale. Da un lato perché in futuro i concorsi saranno riservati ai soli abilitati. Dall’altro perché solo gli abilitati potranno iscriversi nelle nuove graduatorie di istituto. 

Ma come abilitarsi e che fine faranno tutti gli iscritti in graduatoria senza essere abilitati? 

L’attuale sistema di abilitazione previsto dal d.m. n. 249 del 2010 è il Tirocinio Formativo attivo (TFA) destinato a coloro che, dopo il conseguimento del titolo magistrale, volevano portare avanti la loro vocazione per l’insegnamento nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Fino al 2008 esistevano le Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) che duravano due anni. Una volta abolite le SSIS, lo Stato ha inventato un percorso che prevede, all’esito di una selezione nazionale basata su test preselettivi e prove scritte e orali, un anno di formazione per un totale di 1.500 ore di attività, di cui una parte nelle aule universitarie e il resto direttamente a scuola, dove gli abilitandi assistono i docenti di ruolo, oppure collaborano con gli stessi nella preparazione delle esercitazioni, nella preparazione delle lezioni e nell’assistenza agli studenti con difficoltà di apprendimento. I risultati di questo percorso sono stati – per il primo ciclo di TFA – di oltre 115.500 candidati presenti alle prove preselettive, e di quasi 10.500 “tieffini” abilitati alla fine del percorso di circa 1 anno. Il secondo ciclo, appena avviato, ha visto quasi 160 mila candidature e porterà entro ottobre a selezionare quasi 22.500 aspiranti docenti che si abiliteranno entro il mese di luglio del 2015.

I P.A.S. percorsi abilitanti speciali, che si sono resi necessari perché moltissimi precari avevano maturato ormai non settimane, ma anni di insegnamento, ed era giusto e necessario offrire loro un percorso che riconoscesse loro l’“abilitazione meritata sul campo”.

Ai PAS hanno potuto accedere coloro che avevano almeno tre anni di insegnamento, che hanno dovuto seguire un percorso di formazione attraverso corsi presso le università per il conseguimento di 41 crediti formativi universitari. Il risultato è stato che, allo stato, l’80% di coloro che si sono iscritti hanno ottenuto l’abilitazione, e che oggi abbiamo 69 mila “passini”. Questo doppio canale di abilitazione ha contribuito a creare una forte contrapposizione tra i nuovi gruppi di abilitati, ognuno dei quali ritiene di aver fatto un percorso di abilitazione più difficile degli altri, e quindi di meritare di più, e di meritare prima. 

Per ovviare alla questione dei percorsi abilitanti il governo ha pensato ad un’unica procedura di abilitazione – unica per tutti – basata sulla combinazione di due “momenti”. Il primo momento riguarderà la formazione vera e propria, e quindi il periodo universitario. Gli ordinamenti universitari dovranno realmente far sì che chi aspira a diventare docente possa iscriversi ad un biennio specialistico improntato alla didattica, a numero chiuso (cui si potrà accedere attraverso selezione rigorosa per esame e per titoli). Nel corso del biennio di specializzazione, seguirà corsi di didattica e pedagogia, e in generale materie mirate sul lavoro di formazione e crescita dei ragazzi. Chiaramente specifici bienni specialistici potranno funzionare anche per materie affini, evitando di doverne istituire uno diverso corrispondente con rapporto 1:1 a ogni diverso tipo di laurea oggi esistente.

Il secondo momento consisterà in un semestre di tirocinio a scuola. Durante il tirocinio il quasi-abilitato assisterà l’insegnante tutor e contribuirà a svolgere alcune attività nella scuola. E otterrà l’abilitazione, al termine del periodo di tirocinio, solo se riceverà una valutazione positiva da parte della scuola (competerà al docente mentor a cui sarà stato assegnato, e al dirigente scolastico). Nel caso di valutazione negativa, potrà ripetere il tirocinio una seconda volta, in un’altra scuola. Nel caso in cui anche questa seconda volta non dovesse andare bene, il tirocinante avrà comunque conseguito la laurea, che potrà spendere in altri ambiti professionali. 

Ma chi è in possesso di una laurea magistrale e voglia insegnare? Quale destino attende le migliaia di laureati non abilitati che fino a questo momento erano iscritti in terza fascia in attesa di qualche supplenza e che negli anni passati hanno insegnato per mesi? Cosa dovranno fare questi condannati in un limbo che sembra non lasciare speranze? Il ministro Giannini ha rincuorato tutti promettendo un III ciclo di TFA per venire incontro a queste esigenze, poi il concorso. Questo fantomatico bando si attende da ormai sei mesi.

Quest’attesa, è doveroso ricordarlo, grava sulle spalle di uomini e donne ultra trentenni, che vivono in una condizione di precariato mentale di difficile gestione, che in attesa dell’abilitazione vivono facendo mille lavori precari, lezioni private, lavoro in nero, che non potendo pagare una casa vivono ancora con i genitori, che posticipano la creazione di una famiglia in attesa di una stabilizzazione futura. In attesa di una stabilizzazione che tarda ad arrivare.

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Viviana Mannoia



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