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3+2. Storia di una riforma incompiuta

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12 ott 2015 - 06:31

CATANIA – Sono passati 16 anni dalla riforma  che ha rivoluzionato il mondo dell’Università Italiana. Approvata il 3 novembre 1999 la cosiddetta “riforma Berlinguer“, dal ministro Luigi Berlinguer, introdusse, per equiparare il titolo universitario italiano a quello europeo, la suddivisione del percorso universitario in una laurea, che chiameremo per comodità di primo livello, della durata triennale e una laurea specialistica, poi intelligentemente rinominata magistrale, della durata di 2 anni.

Scopo della riforma era snellire il percorso formativo universitario, cercando di diminuire il numero dei fuori corso, e consentire un più rapido accesso al mondo del lavoro agli studenti: con la laurea di primo livello, infatti, lo studente sarebbe dovuto essere posto nelle condizioni di poter lavorare grazie alle conoscenze base acquisite e in caso approfondirle con il corso specialistico biennale.

Di fatto dopo sedici anni i numeri certificano il sostanziale fallimento di un sistema nato con l’obiettivo principale di anticipare l’ingresso dei nostri neolaureati nel mondo del lavoro, soprattutto per colmare il gap con l’Europa. Lo dimostra l’aumento delle iscrizioni ai corsi di laurea a ciclo unico – come Medicina e Giurisprudenza – che sono cresciute circa del 10 per cento (con un’incidenza sul totale degli iscritti che è passata dal 6,4 per cento del 2005/2006 al 16,1 per cento del 2009/2010).

Altri provvedimenti legislativi sono seguiti nel 2004 e nel 2008, ridisegnando ulteriormente la fisionomia degli atenei: una riorganizzazione accademica che ha riformato le classi di laurea (ciascuna con specifici obiettivi formativi e sbocchi professionali), avendo però l’effetto collaterale di moltiplicare i corsi facendo lievitare le spese in un sistema già affetto da sotto finanziamento cronico.

Una situazione sotto gli occhi di tutti, tanto che anche il ministro competente Mariastella Gelmini nel luglio del 2010 parlò apertamente di “flop del 3+2” e di “necessarie modifiche da apportare al sistema”.

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Quali sono gli aspetti positivi? Innanzitutto un significativo aumento dei laureati: dai 161 mila del 2008 si è passati ai 208 mila del 2010. Come nota positiva è stata messa in evidenza anche la velocità con cui si può conseguire ora un titolo e una drastica diminuzione dei fuori corso: 26 anni per i triennali, 27 per le magistrali contro i 28-29 anni del 2000. Secondo i dati Istat emerge anche un aspetto importante: col 3+2, infatti, risulta che oltre il 70% dei giovani porta a casa il titolo di laurea per la prima volta all’interno della sua famiglia. L’università quindi col 3+2 parrebbe aver permesso anche ai meno abbienti di conseguire la laurea. Ma, come dice il proverbio, non è tutto oro quel che luccica.

I dati Istat però calcolano tutte le lauree, sia triennali sia magistrali, e quindi il numero è decisamente altro. In realtà la laurea triennale, vero fallimento della riforma, non consente un accesso reale al mondo del lavoro, quantomeno non da “laureati”: il laureato triennale, infatti, guadagna meno, ha contratti flessibili e precari, e soprattutto è considerato dalle aziende come un diplomato. Queste ragioni spingono moltissimi studenti a proseguire gli studi per ottenere la magistrale.

 Altro aspetto negativo importante da evidenziare è il numero d’esami da affrontare che, spesso, non coincide con una reale preparazione. Gli studenti del 3+2 hanno avuto nei loro piani di studio gli esami fondamentali (presenti anche nel vecchio ordinamento) più tutta una serie di esami, non fondamentali alla preparazione professionale dello studente, che prima erano del tutto inesistenti. Questo ha generato un netto abbassamento della qualità nella preparazione dei laureati, poiché col 3+2 gli esami sono raddoppiati, generando quindi un carico di studio maggiore. Si è venuta a creare quindi, fra i laureati del 3+2 questa situazione: memorizzazione di una serie di nozioni che poi si è finito col dimenticare appena dopo l’esame. Nel vecchio ordinamento invece vi era un maggiore approfondimento di quelli che erano gli esami fondamentali, quindi i vecchi laureati, avendo avuto la possibilità di focalizzare la loro attenzione solamente su quello che in realtà era necessario sapere, risultano, solitamente, più preparati.

Un aspetto da non tralasciare, che ha causato non pochi problemi agli studenti, è la mancata omogeneità nei corsi di laurea tra i vari atenei. La riforma Berlinguer nell’art. 4 recita: 1. I corsi di studio dello stesso livello, comunque denominati dagli atenei, aventi gli stessi obiettivi formativi qualificanti e le conseguenti attività formative indispensabili di cui all’articolo 10, comma 1, sono raggruppati in classi di appartenenza, nel seguito denominate classi. 2. Le classi sono individuate da uno o più decreti ministeriali. Trascorso un triennio dall’emanazione dei predetti decreti, modifiche o istituzioni di singole classi possono essere proposte dalle università e, sentito il CUN, determinate con decreto del Ministro unitamente alle connesse disposizioni in materia di obiettivi formativi qualificanti e di conseguenti attività formative. 3. I titoli conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore legale.

In realtà questo non accade, perché da ateneo ad ateneo, cambiano codici, crediti, nomi delle materie, rendendo difficile il passaggio da un ateneo ad un altro, cosa spesso necessaria tra la laurea triennale e quella magistrale, per non dover sostenere esami spesso identici.

Un fallimento, quello della riforma universitaria, che sta influendo su intere generazioni di laureati, che accumulano titoli su titoli, sperando di entrare nel mondo del lavoro, ma di fatto, allontanandolo sempre di più.

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Viviana Mannoia



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