Riforma

3+2 a Catania: studenti scettici e insoddisfatti

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13 ott 2015 - 06:20

CATANIA – La condizione di noi studenti iscritti negli atenei italiani è critica. Siamo figli di una riforma che, con l’intento di facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro e anche di aumentare il numero dei laureati, quanto meno di primo livello, ha creato soltanto delle mezze lauree che a poco servono in termini di istruzione di base, ma soprattutto sono difficilmente spendibili nel complicato e aspramente concorrenziale mondo del lavoro”.

Le parole di Katia iscritta al corso di laurea magistrale in Lingue per la cooperazione internazionale del dipartimento Scienze umanistiche a Catania, riattivano il campanello d’allarme che lampeggia, ormai, da molti anni.

Abbiamo fatto un giro tra i dipartimenti dell’ateneo etneo e il risultato del nostro sondaggio di opinione riguardo al “3+2″ sembra piuttosto eloquente: la maggioranza dei ragazzi pensa si tratti di un parziale fallimento.

Nonostante, infatti, il più che decennale “periodo di rodaggio”, dal 1999, anno dell’entrata in vigore della riforma Berlinguer a oggi, l’offerta formativa degli atenei pubblici italiani non sembra essere migliorata, creando una reazione di palpabile malcontento da parte degli studenti.

Il problema sostanziale, che in molti continuano a sottolineare, è la mancanza di complementarietà tra la “laurea breve” e la “laurea magistrale”: insomma il “2″ non aggiungerebbe proprio un bel niente al “3″ in termini di contenuti e capacità acquisite.

Puntando i riflettori sul caso concreto di Katia, infatti, è facile rendersi conto di cosa stiamo parlando. La ragazza, dopo aver conseguito a pieni voti la laurea triennale in Scienze per la comunicazione internazionale, come detto prima, è attualmente impegnata con gli esami per la laurea magistrale in Lingue per la cooperazione internazionale. No, non abbiamo sbagliato, anche il nome del percorso di studi gioca brutti scherzi e sembra quasi identico.

Il problema però non è dato soltanto dalla possibile mancanza di fantasia, bensì da qualcosa di più concreto: materie identiche, insegnate dagli stessi professori che spesso fanno utilizzare i medesimi libri di testo.

Viene spontaneo chiedersi, quindi, quale sia l’utilità dell’attuale sistema, ma soprattutto quali siano le possibilità di integrazione con gli altri atenei nazionali e internazionali.

Anche Giulia, studentessa fuori sede, ci ha spiegato la sua idea al riguardo. “L’idea era quella di simulare il modello inglese in modo da consentire l’integrazione in ambito internazionale. Parliamo, però, di un sistema di studio molto diverso dal nostro: è rarissimo che uno studente non riesca a completare il corso di laurea, bachelor, in 3 anni, mentre da noi sembra quasi la prassi arrivare a 4 anni per conseguire la laurea breve – conclude Giulia -. Tutto questo accade non perché all’estero sono dotati di maggiore intelligenza, ma semplicemente perché gli esami sono strutturati in modo più efficace in termini di acquisizione di contenuto e tempo speso”.

Ma come sperare in un’integrazione in ambito internazionale se anche in territorio nazionale effettuare un passaggio in un qualsiasi ateneo si complica a causa dei crediti formativi mancanti?

Nei giorni scorsi abbiamo intervistato Giacomo Pignataro, il rettore dell’Università di Catania che ha risposto a questo e ad altri quesiti. Il nostro giornale rinvia, perciò, l’appuntamento a domani per scoprire cosa è stato svelato ai nostri microfoni.

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Vittoria Marletta



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