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Strage di Randazzo, oggi il 72° anniversario: ripercorriamo la vicenda

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17 giu 2017 - 16:47

RANDAZZO - Oggi, 17 giugno, ricorre il 72° anniversario della strage di Randazzo, ove persero la vita il comandante e due militanti dell’Evis, in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Fu la prima delle mille stragi siciliane, dal primo dopoguerra ad oggi, tutte avvolte nel mistero, perché non sono stati mai individuati né i veri colpevoli, né i mandanti e né se sono stati eccidi di Stato.

Nel marzo del 1945, dopo le restrizioni che subì il MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), capeggiato da Andrea Finocchiaro Aprile, con la chiusura delle proprie sedi, Antonio Canepa, professore universitario a Catania, nonché capo del braccio armato del movimento indipendentista, tramite i suoi più stretti collaboratori, accelerò la fase degli arruolamenti nell’EVIS e proprio nella primavera del ‘45 l’Esercito Volontario Indipendentista siciliano iniziò ad organizzarsi vestendo divise militari, raccolte nelle campagne dove i militari sbandati durante la guerra le avevano abbandonate. La base, formata da giovani studenti, non conosceva “il professore” né sapeva che Mario Turri era in realtà Antonio Canepa. Egli stesso incontrava gli arruolati a viso coperto e in locali semibui e poi dava a ognuno un nome di battaglia.

Le montagne di Messina, di Catania e Siracusa ospitarono i campi dell’EVIS e gli ordini erano quelli di compiere azioni di disturbo e di guerriglia contro la polizia e i carabinieri per raggiungere lo scopo di far decidere ai siciliani sulla loro indipendenza con un plebiscito. Antonio Canepa seguiva personalmente le fasi di preparazione e in qualità di vice lo affiancava Carmelo Rosano, studente universitario di 22 anni. Nel maggio del ’45, l’EVIS iniziò ad essere operativo con azioni di guerriglia. Ovviamente le delazioni alle forze dell’ordine furono innumerevoli, anche da parte di separatisti, come quella fatta da un certo Nunzio Pace di Cesarò che proprio la mattina del 31 maggio si fece convincere dai carabinieri ad accompagnare i militari fino alla casermetta della guardia forestale dove vennero recuperate armi, munizioni, e bombe a mano, nonché documenti come la carta d’identità di Giuseppe De Marco, la tessera universitaria di Carmelo Rosano, copie dell’opuscolo “La Sicilia ai Siciliani” di Mario Turri, 24 tessere di appartenenza alla formazione separatista con la formula del giuramento.

“In nome di Dio, sull’onore del mio nome, sul retaggio dei miei avi, sull’avvenire dei miei figli e dei miei nipoti, giuro di servire con ogni forza ed in ogni tempo ed in ogni luogo la libertà della Sicilia ed i rappresentanti di essa, cui ho dato la mia adesione, con dedizione, obbedienza, lealtà assoluta in nome di Dio e della Patria”. La mattina del 17 giugno, sulla strada che da Cesarò porta a Randazzo, un rattoppato motocarro “Guzzi 500 Ercole”, guidato da Giuseppe Amato e con a cassone Antonio Canepa, Carmelo Rosano, Armando Romano, Nino Velis, Giuseppe Lo Giudice, incappò in un posto di blocco organizzato dai carabinieri di Randazzo. L’alt dei carabinieri scatenò un conflitto a fuoco dalle dinamiche poco chiare dove è certo che tre militanti dell’EVIS persero la vita. Non si ebbe mai la possibilità di dissipare i dubbi su quell’episodio che ebbe le caratteristiche di un agguato ben organizzato e premeditato né si chiarì se quell’agguato dovesse servire a giustiziare il professore Antonio Canepa perché sapeva troppo.

I sospetti di tradimento che seguirono, alla morte di Canepa e dei suoi compagni, furono pesanti e molteplici, tanto che si parlò di un delitto di Stato perché le azioni di Canepa mettevano in crisi lo Stato italiano e quindi anche il governo dell’Isola, a quel tempo affidato all’alto commissario Aldisio, fervente unitarista e acerrimo persecutore dei movimenti separatisti. Si parlò ancora di spinte del Governo italiano su quello inglese perché questi ultimi chiarissero le loro posizioni, ritenute ambigue (in pratica l’Italia era nel dubbio che l’Inghilterra appoggiasse il movimento separatista) e di conseguenza si schierassero con i governo italiano e concludessero un accordo tra i propri servizi segreti, il SIM (Servizio informazioni militari) e il SIS (Special Intelligence Service) per la cattura di Canepa, visto che lo stesso era stato punto di riferimento per le armate inglesi nell’Isola, durante la preparazione logistica e operativa nella fase pre sbarco angloamericano in Sicilia.

Altre ipotesi sciorinate attribuivano i fatti a gruppi mafiosi vicini ai latifondisti di destra ed altre a esponenti dei feudatari che vedevano in Canepa il pericolo della disintegrazione delle proprietà terriere. Certo è che la stampa venne messa all’oscuro di tutto e dopo alcuni giorni vennero pubblicati articoli di cronaca confusi e per nulla veritieri sulla dinamica dei fatti; le dichiarazioni dei carabinieri miravano tutte a far sapere che i patrioti siciliani erano banditi e che a sparare per primi furono i separatisti. Non fu affatto così. Questa fu la testimonianza di Pippo Amato, superstite dell’eccidio: “Alla fine di maggio le azioni dei carabinieri si facevano sempre più pressanti. Eravamo costretti a spostare il campo in continuazione. Da Sambuchello ci stavamo trasferendo verso la Ducea di Nelson. Ma non abbiamo avuto il tempo di sistemarci perché Canepa, avvertito dall’amministratore, dottor Modica, che era un suo amico personale, dell’arrivo in quella zona di due battaglioni al comando del maggiore Denti, fa installare il campo nella proprietà della famiglia Pecoraro, a Francaviglia, a Mazzaporro. Canepa e io siamo, dopo, rientrati a Catania dove il nostro centro di collegamento era diventato l’abitazione del dottore Francesco Guarnaccia (cognato di Concetto Gallo) in via San Giuliano, disabitata perché i proprietari soggiornavano ad Acitrezza. Verso giorno 10 giugno siamo risaliti a Cesarò perché dovevamo nascondere un quantitativo di armi, prelevati alla villa Carcaci, procurati non so da chi. È in questa circostanza che, per la prima volta, ci vengono dati dei soldi da parte dei dirigenti del MIS. Soldi che non abbiamo avuto né il tempo né il modo di spendere utilmente. Da lì a qualche giorno al campo ci venne a trovare don Turiddu Leanza, fratello dell’ex podestà di Cesarò, ed altri i quali parlarono con Canepa. Quando questi se ne furono andati fui aggiornato sul colloquio: una richiesta di una spedizione punitiva contro il sindaco di Cesarò, Salmeri che osteggiava la famiglia del farmacista Schifani, molto vicina alle nostre idee e che spesso ci aveva aiutati. Canepa mi parlò della spedizione e mi chiese: ‘Chi ci portiamo?’. Decidemmo per Romano, Velis, Lo Giudice e Rosano. Eravamo stati avvertiti che Salmeri sarebbe transitato per la strada di Cesarò verso le ore 13-14 del 16 giugno. La sera prima siamo scesi per riprendere il furgone Guzzi che ci serviva per gli spostamenti, che si trovava nel garage del farmacista Schifani. Camminammo di notte e quando all’alba siamo arrivati trovammo il furgone che aveva perduto tutto l’olio e non era in condizioni di viaggiare. Siamo stati costretti, dunque, a cercare l’olio dello charter, e quando il furgone fu riparato s’era già fatto tardi, e Canepa decise di rimandare l’azione, preferendo fermarci colà per riposarci. Cambiammo, insomma, programma preferendo con il mezzo che avevamo a disposizione di andare a prelevare le armi che avevamo nascosto nella cascina delle campagne di Francaviglia. Trascorremmo così tutto il giorno e quando l’indomani spuntò il sole ci mettemmo in viaggio. Io guidavo il furgone per lo stradale di Randazzo, scendendo verso Francaviglia. Nel cassone si trovavano Canepa, Rosano, Velis, Lo Giudice e Romano, che no so cosa facessero, se discutevano o no, perché il rumore del motore era veramente assordante. Il motofurgone era uno sfasciume: i freni non funzionavano bene, le marce si disinnestavano da sole, accelerava e decelerava senza precisi comandi. Io ero intento così alla guida quando prima di arrivare a Randazzo, mi accorgo che c’è un posto di blocco. Chiesi a Canepa cosa dovessi fare, ma non mi rispose, o se lo fece io non lo sentii. Io ritenni di potere superare lo sbarramento facendo finta di fermarmi, per poi accelerare e potere guadagnare una curva. E così feci; rallentai ed accelerai superando il gruppo dei carabinieri. A questo punto Canepa mi batte sulla spalla, segno convenuto di una eventuale fermata. Io mi fermai. Cosa sia avvenuto non lo so… Sentii Canepa urlare: ‘Perché sparate? Che bisogno c’è di sparare?…’ e dall’altra parte: ‘Perché non vi siete fermati?’ . Dopo crepitarono le armi. Io di mia iniziativa, senza guardare cosa succedeva alle mie spalle, accelerai per guadagnare la curva. Poi ad una certa distanza mi fermai. Quando scesi sul cassone trovai Canepa e Rosano feriti che perdevano sangue. Canepa non parlava, Rosano mi chiedeva di lasciarlo in un posto dove potessero curarli. Di Lo Giudice, Velis e Romano non c’era traccia. Mi affrettai a rimettere il furgone in moto e a portarlo nei pressi dell’ospedale di Randazzo, dove lo abbandonai dopo aver chiesto aiuto… – Ci fu delazione da parte di qualche elemento dell’EVIS? – Lo escludo in maniera categorica. Nessuno di noi del gruppo poteva averla fatta, essendo noi isolati. Se c’è stato un tradimento questo è venuto dall’esterno; cioè a dire, a bella posta, ci avevano organizzato una azione che aveva lo scopo di farci trovare i carabinieri sul posto. Che sia intervenuta la mafia con elementi di destra del MIS io non lo so, come non posso escludere… Certo c’era stato già precedentemente un fatto curioso: la scomparsa di un amico, con tutta la sua famiglia, che avrebbe dovuto aiutarci. Si tratta di Don Vincenzio Corvo, che abitava a Marianopoli, che avrebbe dovuto metterci in contatto con un numero imprecisato di giovani che volevano far parte dell’EVIS. Quando Canepa e io lo andammo a trovare, perché ci aveva dato appuntamento, non lo trovammo. Dopo scoprimmo che era scomparso da molti giorni prima del nostro arrivo. Canepa aveva ragione quando affermava: ‘Cercate di non sapere mai quelle cose che non vi competono!’. Noi abbiamo appreso dopo che è stata la leggerezza di un esponente del MIS che parlando a don Calogero Vizzini gli spiegò che don Vincenzo Corvo aveva intenzione di venire in aiuto dell’EVIS, Don Calogero Vizzini a questa informazione pare che abbia risposto: ‘E chi va furrianno, chistu?’. Fatto sta che di Don Vincenzino Corvo non se ne seppe più niente. Quindi niente di difficile che nel grave episodio di Randazzo vi abbia messo le mani la mafia, ma io non credo che oggi possa esserci persona in grado di confermarlo, a meno che non sia la stessa che organizzò l’operazione…”.

Ma chi erano quei ragazzi dell’EVIS che nella mattina del 17 giugno incapparono in quel fatale posto di blocco con il loro capo? Furono siciliani protagonisti di un’idea per la quale erano disposti a morire: Giuseppe Amato, con il nome di battaglia Joe, era il vicecomandante dell’EVIS, amico di vecchia data di Canepa con il quale condivise anche l’esperienza di collaborazione con gli inglesi nel periodo che precedette lo sbarco degli Anglo-americani nell’Isola; nato a Catania il 9 giugno del 1924, da famiglia borghese, aveva da pochi giorni compiuto 21 anni. Carmelo Rosano era uno studente universitario (frequentava la facoltà di Economia e Commercio) catanese, anche lui considerato uno dei ragazzi più preparati e seri del gruppo di fiducia del comandante dell’EVIS e proprio in quel giorno compiva 22 anni. Giuseppe Lo Giudice era il più giovane militante, appena diciottenne era ancora uno studente liceale ed era tenuto in grande considerazione dal capo, visto che seppur così giovane era stato chiamato a far parte di quella delicata missione. Nino Velis, studente e anche lui del ‘24, fu l’unico del gruppo che riuscì a saltare dal furgone, prima della sparatoria e a salvarsi, fuggendo per la campagna. Armando Romano, anche lui del ‘24, studente, fu fortunato perché, sebbene chiuso in una bara dai carabinieri per essere sepolto qualcuno gli salvò la pelle accorgendosi che era ancora vivo. Il furgone abbandonato con i feriti dentro fu trovato da una donna che andò di corsa a chiedere aiuto ad un convento vicino. I feriti vennero trasportati all’ospedale di Randazzo dove quasi subito Canepa morì per dissanguamento e poi morì anche Carmelo Rosano. Il Romano, visitato dal medico legale prof. Nicoletti, venne dichiarato guaribile in trenta giorni per le ferite riportate.

Ma ai carabinieri non dovette piacere che fosse rimasto vivo tanto è vero che la stessa notte, lo trasportarono assieme agli altri cadaveri al cimitero di Ionia (Riposto), chiuso anche lui come gli altri in una cassa da morto. I carabinieri lasciarono le bare con i cadaveri al custode del cimitero e se ne andarono. Il custode per la curiosità di vedere in faccia quei banditi, così come li avevano apostrofati i carabinieri, volle sollevare i coperchi delle bare per guardare in faccia i morti e si accorse che uno di loro respirava ancora: era Romano che si salvò così per puro caso. I tre morti furono sepolti dapprima nel cimitero di Giarre dentro la stessa tomba, assieme ad un altro combattente dell’EVIS Francesco Ilardi che venne ucciso nel bosco di Cesarò cinque giorni dopo, il 22 giugno, nello scontro a fuoco con una banda di delinquenti presenti in quei luoghi. Per la cronaca, Concetto Gallo, il successore di Canepa, aveva ordinato ad una squadra separatista, al seguito di Michele Papa, di allontanare quel gruppo banditesco che spadroneggiava nella zona attigua alla sede di accampamento evista.

Concetto Gallo aveva dato l’ordine di attaccare quei delinquenti perché taglieggiavano i contadini, estorcendo denaro e beni alimentari in nome degli indipendentisti. Il giovane Francesco Ilardi cadde colpito a morte da un complice del bandito Giovanni Consoli. Sulla lapide vennero apposte le foto e i nomi degli assassinati, accompagnati dalle parole “Caduti per la libertà siciliana”. Gli indipendentisti che resero loro gli onori cantarono il proprio inno nazionale: «Sicilia svegliati! Troppo è durato il sonno vergognoso e in questo triste sonno tutto ti han tolto, anche l’onore…». Il 16 ottobre del 1955 i martiri dell’EVIS trovarono degna sepoltura nel cimitero di Catania, nel viale degli Uomini Illustri.

Giuseppe Firrincieli

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Redazione NewSicilia