I Art
 

"Paesaggi contemporanei": alla scoperta delle antiche "purrere"

6 ago 2015 - 17:41

AGRIGENTO - Entrare nelle antiche “purrere” e scoprirvi attori, danzatori di liscio, acrobati e persino degli escursionisti esperti di trekking. Intrufolarsi nel dedalo fitto di cunicoli arabi che conduce alle antiche cave di tufo da cui i “purriaturi” scavavano i materiali: un itinerario della memoria che si nutre di tradizioni, lavori manuali, fatica, cicli vitali come può essere quello del grano o quello del vino. Siamo nell’antica Zabut, ovvero a Sambuca di Sicilia nell’Agrigentino, dove il quartiere arabo ospiterà – da sabato 8 a lunedì 10 agosto, ogni sera dalle 21 alle 23, performance, teatro, musica, danza, videomapping e proiezioni.

È la seconda tappa di “Paesaggi contemporanei”, il progetto di Pino Di Buduo del Teatro Potlach, nato in collaborazione con artisti e associazioni locali, in seno al festival I ART, con capofila il Comune di Catania. Un’immersione totale nel mondo dei beni  immateriali, come è già stato ai Cantieri della Zisa a Palermo e come si ripeterà dal 28 al 30 agosto tra palazzo Biscari e il cortile Platamone, nel cuore storico di Catania. Il “patrimonio culturale vivente sarà la chiave per leggere le performance che prenderanno vita nelle antiche purrere”, spiega Pino Di Buduo.

Le purrere (o pirrere) sono cave tufacee nate sotto le case del quartiere arabo di Sambuca, a cui il comune sta dedicando grande attenzione visto che presto aprirà un percorso di visite guidate per pochi spettatori alla volta. L’antica Zabut prese il nome dall’emiro Al-Chabut, “lo splendido”, che edificò il castello-fortezza oggi distrutto, attorno cui si dipanava il quartiere saraceno delle “sette vanedde”, ancora visibile, e da cui  partiva la fitta rete di cunicoli sotterranei che collegavano le cave, valida via di fuga in caso di attacco. In epoca medievale gli stessi cunicoli furono trasformati in sepolture e carceri, oggi la rete è interrotta dalle fondamenta delle case.

Un’altra cittadina sotto quella moderna, di fatto, che “Paesaggi contemporanei” permetterà di scoprire: il percorso, che partirà da via Navarro, si introdurrà nel Saraceno 3, il primo degli antichi sette vicoli arabi. Poi si arriverà a via Fantasma, dove sorge il Rosario, chiesa fondata dai Gesuiti nel 1400 per allontanare gli spettri; quindi si toccherà l’antica San Pietro (che sorge sui resti del castello arabo dell’emiro, poi chiesa cristiana dell’Assunta sotto i Beccadelli di Bologna, poi Matrice danneggiata e chiusa dopo il terremoto del ‘68, oggi aperta solo in occasioni speciali) sulla cui facciata prenderà vita il videomapping; e si proseguirà per il luogo dove sorgeva la chiesa di San Giorgio (danneggiata dal terremoto, demolita e mai più ricostruita). Il percorso si srotolerà su più livelli, entrando ed uscendo dalle “purrere”.

Un itinerario di circa 400 metri che trasformerà i luoghi, i vicoli, le stradine, i cortili e i cunicoli in grandi palcoscenici, in cui si potrà assistere, in contemporanea, a rappresentazioni del cast del Teatro Potlach, e alle performance di artisti e associazioni locali. “L’obiettivo principale di Paesaggi Contemporanei, in linea con l’intero progetto I ART, è quello di riscoprire, enfatizzare e valorizzare, attraverso l’arte, gli spazi urbani, gli aspetti nascosti e resi invisibili dal quotidiano, oltre che, naturalmente, l’immenso patrimonio immateriale della Sicilia, donando così agli spettatori itineranti, una nuova e rinnovata emozione all’idea statica di tradizione”, spiega l’ideatore di I ART, Lucio Tambuzzo. 

Uno spettacolo coinvolgente, totale, itinerante, multidisciplinare e multimediale in cui lo spettatore ha un ruolo fondamentale: insieme agli artisti, si trasforma in un viaggiatore-esploratore dei paesaggi contemporanei della propria memoria e della propria città. Punto di partenza, gli scatti del fotografo Melo Minnella che da anni documenta le tradizioni siciliane più autentiche, e le ricerche di Ignazio Buttitta. Da questo bagaglio visivo e documentario è partito il progetto del Teatro Potlach: il metodo è sempre quello di “far parlare” lo spazio raccogliendone le suggestioni, come il Potlach fa da oltre 40 anni, da quando fu fondato nel 1976 da Pino Di Buduo e Daniela Regnoli. Torce, luci colorate, giocoleria, videomapping, tessuti bianchi ridisegnano gli spazi. 

 

Santi Liggieri