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Museo archeologico di Gela, un tesoro dimenticato: fattura solo 4000 euro annui

3 mag 2016 - 12:16

GELA - “L’archeologico regionale di Gela è un museo di eccellenza dove sono raccolti reperti unici di epoca greca tra la fine del IV e inizio del V secolo a.C, ma mancano i visitatori perché è quasi assente il turismo. Ogni anno fatturiamo poco più di 4000 euro e non ci stupiamo neanche più: pensare che la cultura possa portare ricchezza, questo è ormai il paradosso”.

Non ha peli sulla lingua Emanuele Turco, il direttore del museo archeologico regionale di Gela che racconta la storia di un sito archeologico così importante quasi dimenticato dal resto del mondo.

Eppure basta entrare all’interno del museo, nato negli anni sessanta, per essere immediatamente catapultati in un arco di tempo che va dalla preistoria all’età medievale, grazie ai 4200 reperti ceramici, bronzei e numismatici che raccontano la storia della Grecia antica.

Nel percorso tra i materiali provenienti dall’acropoli, dalla zona di capo Soprano, dall’emporio di Bosco Littorio e dalle necropoli si respira la storia che ancora oggi fa sognare ad occhi aperti.

Si tratta di collezioni uniche che, come racconta lo stesso Turco, “sono tenute in alta considerazione dal resto del mondo, al contrario di quanto non si faccia in casa nostra”. I reperti infatti sono stati ospitati dal British museum di Londra, ma anche ad Amsterdam.

E come non sottolineare che il museo mette in mostra anche un cospicuo numero di vasi corinzi ed attici a figure nere e a figure rosse, provenienti dagli scavi clandestini delle necropoli e raccolti alla fine dell’Ottocento dal barone Giuseppe Navarra.

In sostanza i pochi fortunati a vedere queste bellezze sono degli sparuti gruppi di scolaresche e poche altre organizzazioni culturali, perché il museo non risulta in nessun itinerario turistico. Come dovrebbero scoprirlo i turisti se poi si pensa che, per mancanza di personale, il sito è chiuso il sabato e la domenica?

“La Sicilia si conferma come un territorio da scoprire con tutte le sue bellezze storiche e paesaggistiche ma privo di investimenti che le valorizzino - conclude il direttore Turco -. Viviamo in una situazione da ‘cane che si morde la coda’ a cui volenti o nolenti ci siamo dovuti abituare”.

Vittoria Marletta