Teatro
 

A Messina “De Revolutionibus - sulla miseria del genere umano"

16 nov 2015 - 19:52

MESSINA - Prosegue la stagione al teatro Vittorio Emanuele nella Sala Laudamo che venerdì 20 novembre alle 21, con repliche sabato 21 novembre e domenica 22 novembre, ospiterà “De Revolutionibus – sulla miseria del genere umano”. 

Lo spettacolo, vincitore della rassegna Teatri del Sacro 2015, diretto e interpretato da Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, si basa su testi originali di Giacomo Leopardi tratti dalle due Operette Morali “Copernico” e “Galantuomo e Mondo”.

I due attori-autori raccontano così il loro spettacolo: “Rivoluzione e miseria sono parole che riempiamo d’una natura ambigua e paradossale, nell’unica certezza di volerci aggrappare al teatro, fatto di piccole e povere cose, ma capace di grandissime riflessioni sul potere dell’uomo di ribellarsi e dunque ritrovarsi. Passeggiando con il Maestro della più amara e saggia ironia, ci disperdiamo giocando con scenari che danno largo spazio all’immaginazione, sperando di far scivolare il pubblico nella finestra di questo ‘oltre’ che ancora in vita ci rimane e che può, con i suoi scherzi, renderci partecipi rivoluzionari del Sentimento del Sublime”.

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, in scena con un improbabile Carro di Tespi, appaiono quasi artisti di strada d’altri tempi mentre raccontano un Leopardi ‘inedito’ in due atti unici definiti dagli autori “operetta infelice e per questo morale e operetta immorale e per questo felice“.

In “Copernico” Leopardi, nelle insolite vesti di Drammaturgo-Demiurgo, ricostruisce l’ordine dell’universo da ritenersi ormai infondato dinanzi a Sua Eccellenza Sole, stufo di girare intorno “ad un granellino di sabbia” per far luce a “quattro animaluzzi”.

Il genere umano, marginalizzato non può che assistere impotente alla propria “Apocalisse” e attraverso l’inerme Copernico si profetizza il destino dell’uomo, re spodestato cui rimane un’unica speranza: l’esser parte dell’infinita meraviglia del Creato.

Non a caso, nello Zibaldone Leopardi scrive: “Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto che il potere l’uomo comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza”.

Di contro, nell’operetta “Galantuomo e Mondo”, il sopravvento della razionalità sul sentimento, della tecnica sullo spirito, induce il Mondo a divenire nemico d’ogni virtù.

Il Mondo non può far altro che camminare a ritroso”, l’uomo deve appigliarsi a “tutto il contrario di ciò che gli parrebbe naturale, compiendo ogni rovescio” e divenendo così “penitente di ogni virtù”.

Gli uomini, immiseriti entro un Mondo che ha divorato ogni residuo di immaginazione in cui l’essere umano avrebbe potuto annegare le proprie speranze, diventano “come tante uova”, creature prive di vera vita.

Leopardi “conscio che gli uomini non si contenteranno di tenersi per quello che sono, andando sempre raziocinando a rovescio”, costruendo menzogne su cui basare le proprie illusioni, presenta la loro Operetta immorale e, per questo, miseramente “felice”.

Daniela Torrisi