Cucina
 

I catanesi non sanno mangiare. Una città senza ristoranti stellati

20 mar 2016 - 07:30

CATANIA “Spaghetti alla Colapesce arritruvatu”. È il nome di un piatto che delizia palato, vista, immaginazione. Uno di quelli che i catanesi si perdono. Uno di quelli che i catanesi non sanno apprezzare.

Perché la verità è che i catanesi non sanno mangiare. 

CATANIA SENZA STELLE. Non è un’offesa gratuita. È un dato di fatto. L’assenza di stelle, di forchette, di cappelli da chef lo afferma senza tema di smentita.

Gli spaghetti del Colapesce ritrovato, inventati da Rossana Platania, una delle ricette che arricchiranno un ebook con i lavori dei migliori allievi della Scuola del Gambero Rosso di Catania, proprio nella città del “Liotru” non potranno essere gustati. Perché il dato clamoroso è questo: Catania non vanta un ristorante stellato.

Nemmeno uno si fregia dei prestigiosi giudizi delle bibbie della gastronomia italiana, cioè le guide Michelin, del Gambero Rosso e dell’Espresso. Quelle che attestano l’eccellenza della cucina d’alto livello, che si erge a opera d’arte, che è una magica combinazione di creatività, chimica, qualità degli ingredienti. Una stellina soltanto la si può scovare a Caltagirone e di recente è stato premiato il ristorante di un resort di Linguaglossa. Ma a Catania nulla, il vuoto assoluto.

Il catanese non vuole mangiare. Il catanese vuole abbuffarsi – afferma Gian Piero Cagni, amministratore Città del Gusto di Catania, Scuole del Gambero Rosso – Esce per il gusto di uscire e raggiunge un ristorante non per fare un’esperienza unica, originale, ma per riempirsi la pancia pagando il meno possibile. È una questione culturale. Perché è una maniera di agire condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini che fanno parte di tutte le fasce sociali”.

E in un ristorante stellato non ci si va per abbuffarsi. È come andare in un museo, dove l’artista crea sul momento le sue opere per deliziare il suo pubblico. “Lo chef non è un semplice esecutore – spiega Giuliana Avila Di Stefano, responsabile marketing e comunicazione Città del Gusto di Catania, Scuole del Gambero Rosso – nei nostri corsi, oltre alle tecniche e a tutti gli aspetti legati alla scelta dei prodotti, si stimola la creatività e si insegna a spiegarla, a divulgarla. Oggi lo chef deve essere anche un comunicatore non soltanto con la sua arte fra i fornelli. Deve esserlo anche con la parola, deve essere abile nell’interagire con chi siede alla sua tavola”.

PIZZA FATTA A PEZZI. Insomma, sanscrito puro per il catanese. E non c’è da riderci su. Perché la faccenda è seria. Serissima. Se è vero che perfino la pizza, presunto fiore all’occhiello del capoluogo etneo, non raggiunge vette prestigiose. Almeno, secondo una classifica recente pubblicata dal Corriere della Sera. Il Gambero Rosso fra le attuali 46 migliori pizzerie d’Italia fa fare capolino soltanto ad una pizzeria siciliana, di Palermo. Perfino a Bassano del Grappa, nel Vicentino, c’è chi farebbe la pizza meglio dei catanesi. Nella classifica delle pizzerie da asporto la situazione non cambia: anche lì, su 15, soltanto una siciliana, ancora una volta palermitana.

Certo, si potrebbe sospettare una di quelle manovre bene ordite per fare dell’isola un isolotto brullo, incapace perfino di fare una pizza degna di applausi perché così si favorirebbero altri territori, si farebbero puntare i fari su altre zone d’Italia e la bedda Sicilia la si lascerebbe a languire in fondo, col contentino di una pacca sulle spalle data al capoluogo regionale, al centro del potere amministrativo e politico.

Ma non è così – spiegano quelli della Scuola catanese del Gambero Rosso – Intanto perché la serietà dei giudizi non si mette in discussione, non è inficiata da alcun pregiudizio o da chissà quale assurda operazione di marketing. Ci mancherebbe. Più qualità c’è ovunque, più si fa il bene di tutti. Il punto è uno ed uno solo: anche per fare una pizza da 10 e lode bisogna studiare, sperimentare, investire tempo e risorse. La qualità è la somma di numerosi fattori. E le classifiche nascono proprio dalla segnalazione degli avventori, che poi vengono verificate da esperti delle guide inviati per testare quanto osannato da chi ha consumato”.

LA FORCHETTA NELLA PIAGA.  Una cosa è certa, però. Se Catania non riesce ad emergere anche nel fare una pizza degna di rilievo nazionale, vuol dire che l’assenza di un ristorante stellato è la punta di un iceberg mastodontico. A causa del quale naufraga lo sviluppo di un territorio. È l’iceberg originato da una politica incapace di stimolare la crescita culturale e manageriale del suo popolo. Incapace di fare comprendere che investire anche sulla gastronomia di eccellenza vuole dire incremento turistico, vuol dire attrazione di interesse, investimenti. Vuol dire lavoro, occupazione, benessere. Sono numerosi gli allievi che si affidano ai corsi della Scuola del Gambero Rosso di Catania per diventare chef. Alcuni sono giunti anche dal Nord Italia e, addirittura, da Parigi. Sono numerosi i talenti catanesi, siciliani. Imparano e vanno via da Catania, a malincuore, costretti. Perché il catanese non sa mangiare. E chi governa non lo stimola a imparare.

Alessandro Sofia

 

Redazione NewSicilia