Arresti
 

Colpita la famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù: 6 fermi. IL VIDEO

11 dic 2015 - 06:52

PALERMO - I Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Palermo hanno eseguito sei provvedimenti di fermo, emessi dalla Procura Distrettuale della Repubblica di Palermo nei confronti di altrettanti soggetti, accusati a vario titolo di omicidio, tentato omicidio, associazione mafiosa e reati in materia di armi.

Le indagini dell’operazione “Torre dei diavoli”, hanno interessato la famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, inserita nell’omonimo mandamento, di cui è stato accertato il processo di riorganizzazione interna e la capacità militare culminata nel recentissimo omicidio di Salvatore Sciacchitano e nel ferimento di Antonino Arizzi.

Le attività hanno consentito di avere cognizione dell’attuale gruppo di vertice, legittimato attraverso il ricorso ad elezioni con la partecipazione degli altri uomini d’onore, secondo una prassi in precedenza disvelata solo dai primi collaboratori di giustizia negli anni ’80.

Giuseppe Greco era il capofamiglia, detto anche “Principale”. L’uomo è stato già condannato durante l’operazione “Ghiaccio” del R.O.S. ed è anche fratello dell’ergastolano Carlo Greco; questo ultimo negli anni ‘90 è stato esponente di vertice dello stesso mandamento insieme con Pietro Aglieri.

Dalle indagini sono emersi i principali collaboratori del capofamiglia, individuati nel sottocapo Natale Giuseppe Gambino e in Salvatore Profeta, già coinvolto nel noto blitz di Villagrazia.

A questi ultimi due storici esponenti dell’organizzazione, scarcerati ad ottobre 2011 a seguito della richiesta di revisione del processo per la strage di via d’Amelio, secondo le risultanze acquisite si sarebbero aggiunti il genero di Profeta e cioè Francesco Pedalino, con il ruolo di capodecina, ed il figlio, Antonino Profeta, scelto direttamente dal Principale come proprio rappresentante.

Tale incarico, non previsto formalmente nella gerarchia mafiosa, avrebbe consentito al giovane uomo d’onore di interloquire con altri appartenenti al sodalizio svincolato dagli obblighi e dalle limitazioni tipiche derivanti dalla posizione di soldato e con la dipendenza esclusiva dal capo della famiglia ovvero, nella sola ipotesi di temporanea assenza del vertice, dal sottocapo.

Dopo l’omicidio di Giuseppe Calscibetta, ucciso nel 2011, la reggenza della famiglia sarebbe stata saldamente assunta proprio da Greco la cui posizione apicale, in ossequio alla tradizione di quel sodalizio, avrebbe richiesto però una legittimazione rituale da parte degli altri uomini d’onore.

La base dell’organizzazione sceglieva i vertici mentre il capofamiglia designava a suo insindacabile giudizio i propri collaboratori.

Dall’attività investigativa, è inoltre emerso il coinvolgimento dell’articolazione mafiosa nell’assassinio di Salvatore Sciacchitano, il quale è stato brutalmente punito in quanto reo di aver partecipato, solo poche ore prima ed in compagnia di Francesco Urso, al ferimento di Luigi Cona, soggetto legato ad esponenti della famiglia di Santa Maria di Gesù pur non essendone organico.

Il complesso delle operazioni ha consentito di ricostruire le fasi precedenti e concomitanti all’amicidio durante le quali si è assistito ad una frenetica organizzazione allo scopo di compiere un’esecuzione che fosse di monito non solo per i responsabili della precedente sparatoria ma anche per chiunque altro avesse intenzione di assumere iniziative autonome rispetto alla linea dettata dai vertici della famiglia.

Il coinvolgimento dei principali soggetti della compagine mafiosa è emerso in maniera esemplare sia dalle precise istruzioni fornite agli esecutori materiali sulle modalità con le quali compiere l’omicidio (sparare prima agli arti inferiori per impedire ogni tentativo di fuga e poi il colpo di grazia con la cura di non portare con se telefoni durante l’agguato), sia dalla captazione investigativa – a breve distanza dell’agguato – dei numerosi colpi di arma da fuoco esplosi all’indirizzo delle vittime. 

Il lavoro di integrazione delle varie risultanze ha così permesso di individuare le responsabilità dei mandanti dell’omicidio, Natale Giuseppe Gambino e Salvatore Profeta, degli esecutori materiali (Francesco Pedalino, Antonino Profeta, Gabriele Pedalino ed Domenico Ilardi) e del soggetto impiegato a supporto al gruppo di fuoco (Lorenzo Scarantino).

Successivamente al delitto è stata documentata la fuga di Francesco Urso al nord Italia ed il suo programmato allontanamento dal territorio nazionale anche per sfuggire alla rappresaglia della famiglia che, già alcuni mesi fa, lo aveva pesantemente redarguito per alcuni suoi comportamenti giudicati incompatibili per un soggetto imparentato con persone vicini all’organizzazione.

Redazione NewSicilia