Tradizione
 

"Catania al tempo di Agata" al museo Diocesano fino al 12 febbraio

“Catania al tempo di Agata”: al museo Diocesano fino al 12 febbraio

30 gen 2016 - 06:58

CATANIA - Una mostra per raccontare Agata, la santa patrona della città di Catania, attraverso gli occhi di chi l’ha studiata e amata fino ai giorni nostri. Un mix di archeologia, devozione e gioielli a testimonianza di come la nostra “Aitina” abbia un valore fondamentale nella vita dei catanesi, ma anche in tutto il mondo.

“Sant’Agata ha una caratteristica che la rende unica: viene compresa a tutte le età e accettata nella vita delle persone appartenenti alle classi sociali più disparate”.

Sono parole che suscitano emozione quelle pronunciate dalla dottoressa Maria Teresa Di Blasi, rappresentante del comitato della festa di Sant’Agata che, in collaborazione con i membri della Soprintendenza ai beni culturali di Catania, tra cui il dottor Andrea Patanè, ha organizzato l’esposizione. Parliamo di “Catania al tempo di Agata” la cui fruizione è disponibile fino al 12 febbraio, al museo Diocesano.

Si può andare tutte le mattine, dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle 14.00, ma il museo è aperto alcuni pomeriggi: dal martedì al giovedì dalle ore 15.00 alle 18.00. Il sabato la mostra è visitabile dalle ore 9.00 alle 13.00 e per quanto riguarda la domenica e i festivi bisogna prima chiamare al numero 095 281635 per effettuare la prenotazione.

Entrando dentro il palazzo accanto alla Cattedrale, in piazza Duomo, sembra di fare un salto nel passato: lì si offre la possibilità di godere della tradizione, ma anche di sfruttare l’occhio critico degli studiosi.

In sostanza la zona interessata dagli scavi su cui si puntano i riflettori nella mostra, è quella relativa a Sant’Agata la Vetere e Sant’Agata al carcere, ed è proprio riguardo a quest’ultima Chiesa che la mostra offre spunti di riflessione.

“Abbiamo deciso di condividere i risultati degli scavi risalenti a una decina di anni fa - dichiara il dott. Patanè che ha curato la parte archeologica della mostra -. La scoperta più interessante è stata quella di una necropoli alto medievale risalente al periodo che va dal VI all’VIII secolo dopo Cristo - aggiunge -. Parliamo di una ‘città dei morti’ che, in via del tutto eccezionale, si è sviluppata entro le mura della vecchia città di epoca romana. Nello specifico questa necropoli era recintata da un muro che tutti gli scheletri toccano con la testa”.

Si è trattato di un particolare interessante per gli studiosi della Soprintendenza che si sono concentrati sull’analisi di 11 sepolcri visibilmente di credo cristiano, per la caratteristica delle braccia incrociate sul petto. Ebbene, proprio da questo particolare è stato possibile valutare che il cosiddetto “carcere di Sant’Agata” in realtà potrebbe non essere il posto dove è stata realmente rinchiusa la patrona del capoluogo etneo.

Oltre a godere di queste importanti scoperte, andando avanti nel percorso della mostra, è possibile vedere anche la parte dedicata alla “devozione” e toccare con mano quanto la “Santuzza” sia particolarmente sentita e venerata anche dai più “insospettabili” come un ventenne di nome Marco Mafodda autore di un’opera che rende omaggio ad Agata degna di nota. 

Oggetti costruiti con materiali umili dalle mani di cittadini semplici ma anche da parte di orefici che alla Santa hanno dedicato gran parte della loro vita.

Ogni anno colpisce come questa festività chiami a se così tanti fedeli e curiosi. Del resto se quella di Sant’agata è considerata una delle tre feste più importanti al mondo, un motivo deve pur esserci.

 

Vittoria Marletta