Legalità
 

Il business dell'oro rosso e lo zampino di Cosa Nostra: c'è un legame?

22 gen 2016 - 06:42

CATANIA - I tempi cambiano e l’uomo ha necessità di stare al passo. Una regola di vita, che vale anche per i circuiti malavitosi.

La mafia, infatti, è cambiata e cerca di mettere le mani nei nuovi business. Come quello legato al rame, per esempio. Il primo grande caso di malavita legata al furto e alla vendita dell’oro rosso è stato registrato nel gennaio 2013 a Gela, quando furono arrestate 28 persone del gruppo Alfieri, clan in opposizione alla “Stidda”. 

E, ancora, sempre nel 2013, nel corso di alcune indagini legate al mercato del rame, emerse il nome di Carmelo Mirabile, componente del gruppo mafioso del quartiere di Monte Po di Catania e legato alla famiglia Santapaola.

Un fenomeno sempre più in crescita e che troverebbe conferme della sua evoluzione anche dai dati emersi dalla PolFer. Se prima, infatti, a commettere crimini di questo tipo erano spesso slavi, bulgari e persone provenienti da altri paesi, adesso il numero di italiani coinvolti nel circuito è aumentato. Solo nel 2015, la polizia ferroviaria ha arrestato 2 bulgari e denunciato 4 italiani, 1 rumeno e 1 bulgaro.

Colpa della crisi o c’è altro? Numeri alla mano, non è da escludere che dietro questo mercato ci possa essere qualcuno che comandi i giochi chiedendo percentuali sulle vendite o che abbia l’intera gestione del sistema, fino ad avere il controllo sulle ditte che cedono il rame alle aziende di fusione dei metalli. A favorire questo sistema c’è sicuramente la crescita del mercato nero. Il prezioso metallo, infatti, viene venduto 5 euro al chilo circa.

Le cifre che si possono ottenere, quindi sono da capogiro. Per esempio, nel 2015, sono state rubate tonnellate di rame. Solo la PolFer ha recuperato circa 4000 chili di oro rosso, metà dei quali in alcune aziende di raccolta di metalli ferrosi nel quartiere di Zia Lisa. Inoltre, tenendo conto delle linee ferrate che vanno da Catania a Giarre, da Catania ad Agnone Bagni e da Catania a Enna sono stati rubati oltre 11 chilometri di cavi elettrici e circa 5 chilometri di cavi telefonici.

I malviventi sono dei professionisti a tutti gli effetti, per abilità e per strumenti a disposizione, come cesoie di alta qualità. Scelgono sempre delle zone con campagne adiacenti, così da rendere più difficili i controlli delle autorità competenti e poter agire indisturbati. Dopo aver tagliato i cavi in sezioni di un metro circa, li “spellano” fino a prendere solo il rame contenuto all’interno dei cavi. Dopo averne raccolto abbastanza tornano a recuperarlo.

Questo, ovviamente ha gravi ripercussioni sociali: basta pensare alle interruzioni nei collegamenti o alle cifre che devono essere investite per ripristinare il sistema o per rimborsare i passeggeri.

Quello del furto dell’oro rosso è un fenomeno in crescita che deve essere contrastato. Mentre le autorità competenti continuano a svolgere il loro dovere, le aziende studiano sistemi alternativi di prevenzione. Molte di queste hanno in progetto l’utilizzo di metalli meno preziosi al posto del rame. 

Andrea Lo Giudice