Donne

Violenza di genere e mass media

Relatrici 2
13 giu 2015 - 16:35

SIRACUSA - Giovedì 30 aprile nei saloni della Cisl di via Arsenale, ha avuto luogo l’evento formativo dell’Ordine dei Giornalisti, dal titolo “Violenza di genere e mass media”. L’apertura del seminario, organizzato dalla sezione siracusana dell’Associazione Siciliana della Stampa e dalla Rete Centri Antiviolenza, è stata affidata al segretario provinciale di Assostampa, Damiano Chiaramonte , che ha presentato il corso e la proiezione dello spot contro la violenza di genere realizzato da Nadia Germano e da un gruppo di giornaliste siracusane.

Il programma del corso ha previsto le relazioni della giornalista Raffaella Mauceri, presidente Rete Centri Antiviolenza Siracusa che ha parlato di “violenza di genere e cultura assolutoria dei media” e dell’avvocata Daniela La Runa, vicepresidente Rete antiviolenza Siracusa che  ha affrontato il tema dal titolo “Quando il peso del cervello impediva il diritto di voto delle donne”.

Ha concluso il seminario la linguista e scrittrice Grazia Priulla con la relazione “Parole tossiche” che dà il titolo anche al suo ultimo saggio.

Riportiamo di seguito il testo integrale dell’ introduzione al corso di formazione per la stampa diretto da Raffaella Mauceri: “La violenza di genere raccontata dai mass media”.

La violenza sulle donne è il fenomeno criminoso più antico, più vasto e più impunito della storia. Dovunque nel mondo costituisce la prima causa di mortalità del genere femminile ed ha assunto la definizione di “violenza di genere” perché è compiuta dal genere maschile contro il genere femminile.

La violenza di genere attraversa tutte le epoche, tutte le culture e tutti gli strati sociali. Lo scorso 15 aprile un marocchino ha ucciso a colpi d’accetta la moglie e la figlia proprio come il 93enne Giuseppe Blancato vent’anni fa a Sortino.

Alle donne è stato impedito di accedere agli studi e al lavoro retribuito proprio perché, nella impossibilità di autodeterminare la propria esistenza, gli uomini possano tenerle in uno stato di inferiorità sociale. La violenza sulle donne, infatti, è il risultato di una abnorme disuguaglianza di status fra la vittima e il suo carnefice. Ed è al tempo stesso, lo strumento con cui la disuguaglianza si mantiene.

Noi giornalisti (soprattutto se siamo opinion-maker) possiamo indirizzare l’ottica con cui guardare il mondo e dunque abbiamo una responsabilità enorme. Ma la diffusa disinformazione degli informatori, l’incompetenza nel riferire un episodio di violenza di genere conferma gli stereotipi e i pregiudizi umilianti, offensivi e misogini sulle donne e sulla relazione uomo-donna, e contribuisce così al perdurare e all’aggravarsi del fenomeno.

Esempi

Troppo spesso la cronaca assume connotazioni morbose destinate ad aizzare alla o ad accendere la concupiscenza.

Circa la violenza sessuale, poi, incredibile ma vero, i primi in classifica (insieme ai medici) sugli stereotipi di genere, sono proprio i giornalisti.

Lo stupratore è: – un uomo che stupra per eccesso di virilità / – un individuo di basso ceto sociale / – un malato di mente / – un alcolista / – un disoccupato.

La stuprata è: – una donna giovane / – avvenente / – single / – separata / – di facili costumi - una che segretamente desidera essere stuprata.

Eppure sappiamo che: in tutto il mondo si pratica lo stupro di guerra e lo stupro di gruppo che richiedono organizzazione e premeditazione; gli uomini stuprano anche le donne che non vedono (dentro il burka), non sottilizzano sull’età: da 4 anni a 90 anni vanno bene tutte.

Hanno trasformato la compravendita di carne umana femminile (tratta delle schiave) in un presunto “mestiere”: la prostituzione.

Ma nella stampa italiana la donna stuprata è sempre colpevole (e magari gratificata, contenta e onorata) e l’uomo è sempre assolto.

Quello che i giornalisti non sanno e/o non vogliono sapere è che il vero scopo della pratica stupratoria, lo stalking e tutte le forme di violenza di genere, è quello di tenere le donne in uno stato di minaccia e di terrore permanente. E spesso ne minimizzano la gravità.

Come nel caso di qualcuno che, pensando di scrivere un pezzo di colore, dipinge lo stalker come un corteggiatore respinto.

Le nostre cronache sono piene zeppe di espressioni con cui la stampa inchioda le donne e assolve i violenti.

“Era scoppiata l’ennesima lite” (lite o aggressione?).

“Si tratta del classico delitto passionale” (quale passione??).

“Tragedia della follia” (ma il femminicidio è sempre premeditato).

“Accecato dalla gelosia” (caro vecchio delitto d’onore!).

“Voleva convincerla a tornare insieme” (con un coltello in tasca).

“Delitto annunciato” (manca l’analisi delle responsabilità).

“In un raptus di follia…” (diagnosi psichiatrica).

Nessuno condanna apertamente i violenti. Addirittura al centro dell’attenzione non sempre c’è la vittima ma il suo assassino che gode della affettuosa comprensione di chi scrive il pezzo e la contagia al lettore.

“Sono un uomo distrutto” dice il pover’uomo in un pezzo di cronaca nera mentre la moglie in ospedale lotta fra la vita e la morte per i 9 violentissimi colpi di rastrello che il pover’uomo le ha dato sulla testa.

I delitti raccontati con queste modalità sono un fortissimo deterrente per le donne che vivono una situazione di violenza, perché costituiscono una autentica minaccia a trasgredire la legge non scritta del codice patriarcale: la tua vita non è tua e tu non lasci impunemente il tuo padrone. Viene denunciato soltanto il 28% dei maltrattanti, e ne viene condannato solo un misero 8%! L’impunità è garantita.

In Italia il femminicidio è un delitto di stato: lo ha scritto nel suo rapporto Rashida Manjoo, l’esperta inviata dall’ONU per indagare come mai il vergognoso primato europeo dei femminicidi ce l’abbiamo noi.

Ma la stampa non denuncia l’inefficienza delle istituzioni. Non chiede:

* Perché non vengono attivati piani di protezione su tutto il territorio?

* Perché non arrivano né le condoglianze del capo dello stato né le scomuniche del papa?

* Perché sfugge il nesso fra prostituzione, stampa pornografica e violenza?

E questa puntuale silenziosa consapevole o inconsapevole COMPLICITÀ incrementa la violenza di genere.

Oggi, su 9 componenti del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, abbiamo tre donne. Un terzo. È quello che viene indicato dagli studi di settore come il punto di rottura con la cultura dominante e di inizio del cambiamento verso una cultura nuova. Questo fatidico punto di svolta pare sia stato toccato e anche superato in tutta Europa e che in tutta Europa sia iniziata la tanto attesa inversione di tendenza. Ma non in Italia.

Perché alla quantità non corrisponde la qualità, non corrisponde l’autorevolezza delle donne che continuano ad essere massicciamente presenti nella manovalanza e non nelle postazioni apicali. Le “esperte” riconosciute come tali, sono pochissime, appena il 2%. (Anche qui a Siracusa, a commentare fatti di cronaca sulla violenza di genere, viene consultato sempre Roberto Cafiso che non è un esperto ma è un uomo).

Nei media italiani manca la dualità del punto di vista, manca il punto di vista femminile che consenta l’ingresso del pensiero delle donne nel circuito dell’informazione e della comunicazione. Manca il riconoscimento dell’autorevolezza di questo pensiero (ricerca mondiale della Wacc). Gli uomini sono convinti di potere interpretare tutto il mondo. E quando scrivono sulle donne sono al tempo stesso giudici e parte in causa. Ma le donne sono diverse. Hanno ottiche diverse, percezioni diverse, intelligenze diverse. E la diversità non è una diminutio, è un valore aggiunto.

Sono al mio quarto seminario e mi accorgo che sulla stampa italiana il tempo si è fermato: nelle cronache degli anni 50 gli uomini uccidevano le donne “per amore”. Nelle cronache dei nostri giorni, nonostante la variante peggiorativa dell’assassino che stermina tutta la famiglia, gli uomini continuano ad ucciderle “per amore” anzi “per troppo amore”’ come, scandalosamente, dice la Petrelluzzi.

Nove milioni di maschi italiani fanno sesso a pagamento. Percepiscono la prostituzione come un servizio sociale e lo vorrebbero sicuro e garantito. Gli italiani sono in fondo alle classifiche nelle pari opportunità e al primo posto in Europa nel fenomeno del femminicidio e nel turismo sessuale. Come mai i giornalisti non colgono il nesso fra questi dati e la violenza sulle donne?

È giunta l’ora che nelle scuole di giornalismo venga introdotta la specializzazione in ‘pari opportunità e cultura di genere’, che parta dai women’s studies peraltro già inseriti in diverse facoltà universitarie, perché soltanto così l’informazione non sarà più complice involontaria o meno dei violenti e degli assassini.

Nell’immagine le tre relatrici.

 

 

 

 

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Giusi Lo Bianco



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