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“Il respiro dell’oceano” di Donatella Zarcone

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4 lug 2016 - 15:17

PALERMO - Da tempo è ormai consolidato un mio fermissimo ancorché cortese rifiuto di scrivere recensioni e presentare pubblicamente romanzi e novelle. L’ultima puntata essendo stata la presentazione al Circolo della Stampa di Milano dello splendido volume L’intrigo parallelo di Carmelo Nicolosi De Luca. Da allora basta. E da maggior tempo le mie letture prediligono quasi esclusivamente storia e saggistica. Rompo adesso queste linearità scrivendo de Il respiro dell’Oceano di Donatella Zarcone, edito da Vera Canam nel Novembre 2014, capitatomi tra le mani per puro caso. A ciò mi spingono ragioni soggettive ed oggettive. Anzitutto il fatto che non mi sia stato chiesto, evitandomi il fastidio del fare mellifluo di chi poco vale, e per questo ha l’insistenza del tafano.

In realtà, sono da tempo convinto che il grigiore dei contenuti, talora anche della forma, di libri vincitori di decantati premi e concorsi letterari trovi spiegazioni nel mercato e nelle intese tra editori piuttosto che nella valentia dei testi.

Ma torniamo alla Zarcone. L’autrice è una bancaria, categoria che assai spesso mostra il meglio di se stessa in altri campi. Donatella però, professionale allo sportello, scrive in uno splendido italiano, circostanza sempre meno frequentata, soprattutto da parte di coloro dai quali al contrario te lo attendi. Il romanzo narra, in una avvincente contemporaneità delle vicende, dei nonni dell’autrice nella loro parentesi di emigrati negli Stati Uniti nei primi anni del XX secolo, e che si esprimono nella bella lingua siciliana di quegli anni, e di quelle di Zarì in cui la Zarcone si identifica, e della sua famiglia che vive in questi giorni a Termini Imerese. Ma la cui stessa esistenza prende avvio, nel gioco del destino, proprio dall’inaspettato ritorno in Sicilia dei nonni emigrati.

Le due storie sono condotte in un parallelo che affascina il lettore, con l’uso tra l’altro di caratteri tipografici diversi, il tondo ed il corsivo, che evocano l’abitudine dei quotidiani inglesi di quel periodo, che differenziavano graficamente la “notizia” dal “commento alla notizia”, abitudine sapienziale e di civiltà ormai tragicamente dimenticata. Il ritmo della narrazione è scorrevolissimo ed appare singolare la capacità quasi fotografica della descrizione di luoghi, ambienti e sensazioni, dal viaggio sull’oceano alle vicende dei nostri emigrati. La precisione della descrizione e dell’uso di oggetti, linguaggi, costumi e modalità relazionali di quegli anni è da saggistica. A ciò si sposa, nel racconto delle vicende contemporanee, una finezza di introspezione psicologica che lascia sbalorditi. Mentre emerge uno sconfinato amore per la natura, concepita come un essere senziente, e per i profumi della “sua” Termini, quella di ieri e quella di oggi. E traspare, vigorosa senza essere pedante, una percezione profonda di religiosità, destino e senso della vita, condite da un pizzico di sapiente esoterismo.

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Auguro a questa straordinaria penna orizzonti letterari più vasti.

Giovanni Paterna

Redazione NewSicilia



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