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“Il mio nome e Meriam”, la storia della giovane mamma scampata alla sharia

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16 set 2016 - 09:50

“Meriam non ha mai smesso di lottare. Ha sempre combattuto per la sua fede cristiana tra violenza e dolore incatenata anche durante il parto”. Racconta con decisione la giornalista Antonella Napoli, autrice del libro “Il mio nome è Meriam”, Piemme edizioni, durante l’incontro promosso da Amnesty International Gruppo 72 di Catania alla libreria Mondadori, che ripercorre il caso giudiziario ed umano della giovane donna condannata per apostasia e adulterio, secondo la sharia la legge musulmana, che ha preferito accettare la sentenza di morte piuttosto che rinnegare Gesù Cristo.

“Spesso si guarda a queste vicende come qualcosa di immodificabile, però fortunatamente questi sono esempi che infondono sempre coraggio e speranza nel domani”. Scrive da anni del Sudan ed è un’attivista nella difesa dei diritti umani.

Ci racconta i passi salienti che l’hanno portata alla stesura del libro?

“Ho seguito la vicenda da un doppio fronte sia dal punto di vista giornalistico che umano. Ho fondato un’associazione che si preoccupa di far conoscere la crisi umanitaria a Karthum nel Darfur in Sudan e attraverso i miei contatti ho saputo della vicenda di questa giovane donna e mi sono impegnata per aiutare Meriam. Ho preso contatti con gli avvocati e con il marito seguendo tutte le fasi dal processo all’arresto. Quando il giudice le ha dato tre giorni di tempo per abiurare la religione cristiana altrimenti sarebbe stata condannata a morte è partita l’azione di sensibilizzazione per chiedere la sua liberazione”.

Da donna e da professionista cos’ha provato durante l’incontro con Meriam?

“Oltre ad aver coinvolto il governo italiano attraverso la figura del vice ministro Pistelli che ha creato la possibilità di un ripensamento sulla vicenda di Meriam mi sono mossa per organizzare il viaggio in Sudan ed incontrarla. Sono arrivata, per fortuna, quando è stata scarcerata. Siamo state molto tempo insieme ed ho conosciuto i suoi bambini Quando lei è arrivata in Italia ci siamo nuovamente incontrate e parlato tanto, anche adesso che si trova negli Stati Uniti siamo in contatto. I suoi bambini hanno ottenuto la cittadinanza statunitense e oggi Meriam vive una vita serena anche se non potrà mai dimenticare tutta la violenza subita”.

Cos’ha lasciato in lei quest’incontro?

“Coraggio e determinazione. Meriam è un esempio, non ha esitato un solo istante a mantenere la sua posizione”.

Ci racconta l’incontro tra Papa Francesco e Meriam?

“Papa Francesco con la sua innata dolcezza abbracciando Meriam ha detto che la sua forza è stata un esempio anche per lui”.

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Occupandosi di medioriente e di affari esteri, soprattutto, in questo periodo è facile cadere nel ginepraio della spettacolarizzazione del male dando spazio alle troppe violenze dell’isis. Come si dovrebbero porre, secondo lei, i media davanti ad una situazione del genere?

“La propaganda dell’orrore non è informazione, ma esaltazione del terrore. Ho apprezzato la decisione di alcuni giornali e di Sky di non trasmettere più immagini di pura ed inaudita violenza. Informare bene e in modo corretto è difficile, ma si deve fare. Il 2 settembre con l’associazione nazionale della stampa, Amnesty International e Articolo 21 di cui faccio parte del consiglio di presidenza abbiamo organizzato una manifestazione per chiedere stop ai bombardamenti in Siria e utilizzare i mezzi necessari per una giusta informazione”.

Elisa Guccione.

Redazione NewSicilia



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